La Sardegna ha un unico vettore pubblico per il trasporto dei disabili

Varata la delibera due mesi fa, ora è formalmente costituita la Mobilità Sociale Sardegna, società che vede assieme regione e l’Azienda regionale sarda trasporti. Sostituirà tutti i privati che sino a oggi erogavano il servizio

CAGLIARI – È nata la nuova società regionale che si occuperà del trasporto di anziani e disabili. Costituita l’8 gennaio, la Mobilità Sociale Sardegna (una Srl) vede in campo la Regione e l’Arst (Azienda regionale sarda trasporti): oltre agli autisti e agli accompagnatori, il nuovo gestore avrà anche una dotazione di mezzi specifici per garantire in tutta l’Isola la possibilità ai portatori di handicap di raggiungere cliniche, centri analisi e ambulatori di riabilitazione. “Un servizio pubblico – ha detto Nerina Dirindin, assessore alle Politiche sociali e alla Sanità della Regione – che permetterà alle persone con disabilità di spostarsi sul territorio regionale con più possibilità e più facilmente. In più. In questo modo non verrà perso alcun posto di lavoro”. Una nascita anticipata da una polemica delle piccole imprese che, sino a oggi, garantivano il servizio per conto di cliniche e gruppi sanitari privati. Un’intesa con i sindacati, infatti, garantirà che a partire da fine gennaio la nuova società acquisisca mezzi e personale dall’Aias, associazione che sino ad oggi ha garantito lo zoccolo duro del servizio.

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Lavorare insieme

Una necessità

Dagli atti di “strada facendo” (www.gruppoabele.it – www.libera.it).

Libera di don Ciotti è tra gli animatori di “strada facendo”

Oggi lavorare insieme non è solo lavorare in équipe, ma lavorare tra équipe, unire le forze. Noi sappiamo che lavorare insieme è la storia ed è la vita di molte persone che sono qui, e alcune cose le abbiamo imparate.

La prima è la pazienza dei costruttori, perché esiste anche un’adolescenza delle organizzazioni, così come esiste l’autoreferenzialità adolescenziale di molti portavoce. Abbiamo imparato ad apprendere dall’errore, a non ripeterlo, e quindi a rifletterci. Abbiamo imparato, qualcuno ha detto, a saper ascoltare l’altro secondo i suoi bisogni e non secondo le nostre competenze, che già ci chiudono l’ascolto. Abbiamo imparato a vedere nell’altro una risorsa.

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