Il commento del direttore della Casa della cultura islamica di via Padova. Branca (università Cattolica): ”Musulmani costretti a pregare in garage e magazzini che contribuiscono a tenere lontani i fedeli”
MILANO – “Apprezzo le parole del Cardinale Tettamanzi e lo ringrazio. Perché, purtroppo, la nostra comunità non ha ancora uno spazio dove pregare”. Con queste parole Asfa Mahmoud, direttore Casa della cultura islamica di via Padova, commenta il discorso dell’Arcivescovo di Milano in occasione del tradizionale discorso alla città per la festa di Sant’Ambrogio (vedi lancio precedente). Un intervento che, per Asfa Mahmoud, rientra in un percorso all’insegna del dialogo che “sia il Cardinale Tettamanzi, sia molti altri esponenti della Curia di Milano, stanno portando avanti da tempo”.
“È grave che a Milano non ci sia stata una riflessione seria su questo tema. E quella del Cardinale mi sembra una riflessione molto sensata -è il commento di Paolo Branca docente di lingua araba all’università Cattolica di Milano -. Finalmente si sentono toni pacati, ma senza cadere nella banalizzazione di un problema reale”.
Che il tema della costruzione di nuove moschee sia scottante, non è un fatto nuovo. Lo dimostra la travagliata vicenda della moschea di via Padova: il progetto, come riportato da Redattore Sociale in un lancio dell’11 settembre 2007, è fermo dal 27 febbraio dello stesso anno. La Commissione edilizia del comune di Milano infatti aveva espresso parere negativo sul progetto di una nuova struttura che avrebbe dovuto sorgere in fondo a via Padova, su un terreno acquistato con le offerte dei fedeli che frequentano la Casa della Cultura. “Il progetto è ancora fermo -spiega Asfa Mahmoud- ufficialmente per motivazioni tecniche legate al progetto. Ma secondo me si tratta di motivazioni politiche”.
“I luoghi in cui si ritrovano a pregare i musulmani non sono adeguati -aggiunge Paolo Branca- e non solo per una questione di spazi”. Garage e magazzini sono “luoghi brutti che contribuiscono a tener lontani molti fedeli”. Compresi i più giovani, molti dei quali nati in Italia “ma costretti a vivere la loro religiosità in luoghi marginali”. (is)