Un vizio antico che oggi ha spudoratamente conquistato la “hit-parade”: recitata, cantata, suonata, ballata nei luoghi più visibili sia reali che digitali, relegando il pudore a un sottoprodotto.
Tempi nuovi, nuovi vizi… più quelli vecchi, naturalmente! Un vizio nuovo molto visibile oggi è la diffusa tendenza a piazzare se stessi in pubblico come un qualunque altro prodotto. Come? Raccontando se stessi: storie di vita, tendenze, gusti individuali, inclinazioni… ben oltre ogni discrezione e riservatezza. Sembra che poco o nulla debba ormai restare nel segreto del proprio io. Tutto di sé può essere raccontato, messo in piazza, pubblicizzato: massima sincerità, minima vergogna! L’importante è offrire una immagine di sé accattivante, possibilmente bella, sempre interessante. Un narcisismo esasperato che unisce gente comune e classi dirigenti. È il vizio che Umberto Galimberti chiama senza mezzi termini: “spudoratezza”, vale a dire il crollo di ogni difesa del proprio mondo interiore per proiettarlo al di fuori. È un vizio che, come ogni altro vizio capitale, deforma la percezione di sé riducendo le persone a uomini e donne di facciata, a prodotti da commercializzare.
SOLO ESIBIZIONISMO?
Il vizio della spudoratezza non è una questione di esibizionismo fisico-sessuale o di sculettamenti lascivi in TV. Più drammaticamente è il crollo della “separazione” tra il nostro interno, a noi solo noto, e l’esteriorità, dove conta in modo decisivo l’immagine. La società dei consumi insegna che un prodotto tira quando è debitamente pubblicizzato. Allo stesso modo si pubblicizza la propria immagine. Cosa non si fa per un posto di “velina” a Strisca la notizia o da “tronista” in Amici della De Filippi? «Chi non si mette in mostra e non è irraggiato dalla luce della pubblicità non ha la forza di sollecitarci, di lui neppure ci accorgiamo»: così il già citato Galimberti. Risultato? Uomini e donne, giovani e meno giovani la cui identità è tutta fuori di sé, totalmente dipendente da quel che viene detto, rappresentato, pubblicizzato. E quando tutto ciò viene meno?
Programmi televisivi di grande share si reggono sullo spogliare non tanto e non solo dei corpi, quanto degli animi. Raccontarsi in pubblico non è forse un atto di grande sincerità e coraggio? Perché vergognarsi? Non è vero che più uno si espone e più ottiene ascolto, interesse, consenso e successo?
Il top dell’esporre il proprio mondo personale è fare outing: gridare ai quattro venti la propria omosessualità. Di questa ventata di sincerità dobbiamo essere grati agli USA. Da quelle parti, fare outing equivale a smascherare l’orientamento sessuale di qualche personaggio che – per motivi suoi – attacca pubblicamente i gay. È fargliela pagare!
L’OUTING NOSTRANO E FACEBOOK
Da noi, invece, fare outing è parlare di se stessi. Un esempio – senza aggettivi qualificativi – di outing è stata la recente confessione dell’ormai ottantenne capo storico del movimento radicale italiano. Ha voluto comunicare a tutta la nazione i suoi amori omosessuali. Furbescamente, l’outing gli ha permesso un nuovo spazio sui media, facendo parlare di sé. Un uomo sempre intelligentemente in linea con i tempi.
L’outing sarebbe la nuova terapia contro l’insincerità, la vergogna, l’eccesso di riservatezza e soprattutto contro il pudore repressivo. Fare outing è come un lettino virtuale su cui uno si sdraia e confessa, in pubblico e in modo teatrale, la propria vita privata e le proprie inclinazioni sessuali, certo di ottenere non sguardi o parole di riprovazione, bensì approvazione, applauso e… rilassamento psicologico.
Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda si basa l’immenso successo di Facebook. Pare che circa 500 milioni di persone abbiano un profilo su questo fortunatissimo social network, uno su quattro di chi naviga in rete. Su Facebook finisce di tutto. E la privacy? Mark Zuckerberg, iniziatore di questo fantastico gioco comunicativo, rassicura il suo popolo che così va bene perché il concetto di privacy sta cambiando. L’importante è comunicare, raccontare di sé. Se ogni anno gli affiliati raddoppiano le informazioni messe in circolo, vuol dire che la privacy non li turba più di tanto. Oggi, il non parlare di sé, il non buttarsi in piazza può suscitare il sospetto di insincerità o di voler coprire qualcosa di poco chiaro. La spudoratezza è un vizio che “deprivatizza” la persona: vale l’apparenza esteriore e il mettersi in mostra. E chi non accetta di buttarsi in pasto a chicchessia? Troverà certamente qualcuno, magari lo psicologo di turno, che lo accuserà di essere introverso, inibito e represso: semplicemente un disadattato sociale. È il trionfo della omologazione alla società dei consumi e del conformismo.
IL PUDORE, ANCORA LUI
Contro la spudoratezza, apprezzata “virtù” (?) al tempo di Facebook e dell’outing, vale solo il pudore. Una parola pressoché estranea al comune vocabolario. E, se conosciuta, con grande probabilità evocherà ansie censorie e centimetri quadrati di nudo esposti allo sguardo morboso del pubblico. Il pudore non è per nulla cosa da repressi, men che meno una questione di glutei e poppe al vento. Il pudore è la difesa del nostro “intimo”. Ogni persona normale ha una sua vita fatta di relazioni, sentimenti, emozioni, di convinzioni, credenze, affetti, simpatie e via elencando. Il pudore non è blindare il nostro intimo rendendolo impenetrabile a chicchessia. Semplicemente si vuol essere e restare se stessi. Il cuore non si apre a chiunque. Oggi la voglia di abbattere le frontiere del “pudore” è troppo forte: soprattutto se alla notorietà seguono pure i soldi!
Riaffermare con forza la necessità del pudore, vale a dire della discrezione, della difesa della propria interiorità, anche a costo di apparire introversi e disadattati sociali, è l’unico modo per non svendersi sul mercato dell’effimero e del nulla. Un sacco vuoto non sta in piedi!
Fonte: Bollettino Salesiano
di Sabino Frigato s.frigato@ups.crocetta.org