L’AI ha amplificato le idee. Adesso conta quali idee amplifichiamo.

Da qualche mese faccio una cosa che non sapevo di poter fare: scrivo parole, le mando a un sistema di intelligenza artificiale, e dall’altra parte esce musica.

Non sono un musicista. Sono un tecnico del web, da quasi trent’anni. Le parole chiave le ho sempre usate per dire alle macchine cosa cercare, cosa indicizzare, cosa mostrare. Oggi le uso anche per dire alle macchine cosa cantare. Lo strumento è cambiato. Il mestiere è lo stesso.

Volevo scrivere un articolo per spiegare cosa è cambiato, e cosa no. Ma scrivendolo mi sono accorto che la cosa che pesa davvero non è la tecnica. È un’altra.


L’AI non genera idee. Le amplifica.

Si dice spesso che “l’AI ha sviluppato le idee”. È un’espressione comoda, ma imprecisa. L’intelligenza artificiale generativa non crea idee — amplifica quelle che le diamo. È un megafono: riceve un suono e lo restituisce moltiplicato.

Un megafono in mano a chi vuole salvare una vita serve a chiamare aiuto. In mano a chi vuole farne tacere un’altra, serve a coprirne la voce. Lo strumento è identico. La direzione no.

Per molti anni abbiamo dibattuto se le tecnologie fossero “buone” o “cattive” in sé. Internet, i social, le criptovalute, la genetica — ogni volta la stessa domanda, ogni volta la stessa risposta sbagliata. Non lo sono. Sono amplificatori. Quello che amplificano dipende da chi le impugna.

L’AI è la prossima di queste tecnologie, ed è probabilmente la più potente che abbiamo costruito finora. Per questo la domanda non può più essere “l’AI fa bene o male”. La domanda diventa: quali idee meritano di essere amplificate, e quali no?


Le idee che amplifico io

Da quando ho cominciato a fare musica con questo strumento, ho dovuto chiarire a me stesso, prima di chiunque altro, alcune cose. Le scrivo qui non per fare lezione, ma perché credo che ognuno dovrebbe farsele.

Ho scritto canzoni sul rifiuto della cultura della rabbia perpetua. Ho scritto un brano sulle madri. Uno su una sentinella biblica che resta sveglia anche quando tutti dormono. Uno sulla stanza piccola dove un singolo essere umano può costruire un mondo intero. Uno comico, sul Wi-Fi che non prende. Uno politico, sul rifiuto del cambiamento climatico travestito da indifferenza.

Tutti questi brani hanno una cosa in comune: non chiedono a nessuno di eliminare nessuno. Non costruiscono nemici. Non alimentano l’idea che ci sia un “noi” buono e un “loro” da cancellare. Lavorano dentro l’umano, non contro l’umano. È una distinzione semplice, ma è quella che mi fa decidere ogni volta cosa pubblicare e cosa no.


La legge del più forte e la differenza che conta

Ho 46 anni e una storia che mi ha portato a non essere ingenuo. Sono arrivato in Italia da bambino, nel 1992. Ho visto da vicino cosa fa la guerra, cosa fa la migrazione forzata, cosa fa la disabilità in un mondo che pensa al sano. Non credo nel mondo come a un campo di gioco dove tutti partono dalle stesse condizioni e gli esiti dipendono solo dal merito. Lo so che esiste una legge del più forte, e che nessun libro di filosofia la cancella.

Ma c’è una differenza enorme — la differenza che conta — tra accettare la competizione e accettare l’eliminazione.

La competizione è naturale: chi fa meglio una cosa, vince. Chi è più veloce, arriva primo. Chi ha l’idea migliore, conquista il mercato. Questo è il mondo. Si può discutere se sia giusto, si può cercare di renderlo più equo, ma negarlo è una bugia.

L’eliminazione è un’altra cosa. Non è “io vinco”. È “tu non esisti più”. Non è “ho avuto la meglio”. È “ti ho cancellato”.

Le tecnologie del nostro tempo sono potentissime nel produrre eliminazione, perché hanno una scala che nessuna generazione prima della nostra ha avuto. Un’idea cattiva, amplificata da un sistema di AI, può raggiungere milioni di persone in ore. Idee che invitano a non vedere più una categoria di umani come umani. Idee che addestrano armi. Idee che generano contenuti per disinformare elezioni. Idee che producono immagini per umiliare donne. Idee che hanno l’ambizione finale, dichiarata o nascosta, di togliere spazio all’altro fino a farlo sparire.

Queste idee esistono. Sono amplificate ogni giorno. E la domanda che non possiamo evitare è semplice: noi, da che parte amplifichiamo?


Le tre cose che servono per scegliere bene

Negli ultimi mesi, mentre lavoravo, ho capito tre cose che valgono, secondo me, per chiunque usi questi strumenti — non solo per chi fa musica.

Prima. Bisogna chiedersi sempre, prima di amplificare un’idea: questa idea serve la persona, o le toglie spazio? Se serve qualcuno a costruire qualcosa, anche piccolo, va bene. Se serve qualcuno a cancellare qualcun altro, no. Non c’è una via di mezzo, anche se la tecnologia ci permette di costruircela. La domanda è semplice. Le risposte oneste, no.

Seconda. Bisogna dichiarare cosa si sta facendo. Le tecnologie più potenti della nostra epoca lavorano spesso in modo invisibile: l’algoritmo che decide cosa vedi, l’AI che genera la voce che senti, il sistema di raccomandazione che ti porta da un contenuto al successivo. L’invisibilità non è neutrale. È un vantaggio per chi vuole influenzare senza essere riconosciuto. Per questo, in tutto quello che pubblico, scrivo chiaramente: “voce AI, testo mio”. Non perché sia obbligato. Perché chi mi ascolta ha diritto di sapere cosa sta ascoltando.

Terza. Bisogna ricordarsi che la responsabilità non è dell’algoritmo. È nostra. È comodo dire “l’ha fatto l’AI”, “non l’ho scritto io”, “non sapevo che si sarebbe diffuso così”. Ma chi sceglie le parole sceglie il messaggio. Chi sceglie il messaggio sceglie l’effetto. Chi sceglie l’effetto è responsabile dell’effetto. La macchina non è una scusa, e non lo sarà mai.


Perché lo scrivo qui

Portale-solidale.it esiste da quasi vent’anni con un motto: informare per includere. In questi anni abbiamo parlato di guerra e di pace, di migrazioni e di accoglienza, di disabilità e di mobilità, di chi resta indietro e di chi prova a non lasciare indietro nessuno.

L’intelligenza artificiale è una di quelle tecnologie che, oggi, mette alla prova quello stesso motto. Può servire a includere — abbassando soglie di accesso, dando voce a chi non l’aveva, permettendo a chi ha limiti fisici di fare cose che prima non poteva. Può servire a escludere — accelerando disinformazione, automatizzando discriminazione, alimentando guerre con armi che decidono da sole, riducendo persone a numeri e poi a niente.

Le due cose possono accadere insieme. Stanno accadendo insieme.

Per questo penso che valga la pena parlarne anche su questo portale. Non per fare un manuale tecnico, non per spiegare prompt engineering, non per ostentare competenze che non ho. Ma per restare fedeli a un punto semplice: le tecnologie giudicano quello che diventiamo usandole. Non sono neutrali. Lo eravamo noi, prima di sceglierle.

Continuerò a fare musica con questi strumenti finché mi sembra che le idee che amplifico siano idee per la persona. Il giorno in cui mi accorgessi che sto amplificando idee contro la persona — anche solo per distrazione, per moda, per algoritmo — smetterei. Lo dico qui per scriverlo, perché chi scrive a se stesso un impegno fa più fatica a tradirlo.

E se vi capita, nelle prossime settimane, di sentire un brano firmato AIRitmoLab che gira su Spotify, o un video di un menestrello che lamenta il Wi-Fi su YouTube, sappiate che dietro c’è una persona — un webmaster italiano-albanese di Palombara Sabina, sui quarantasei anni, che da una stanza piccola continua a credere che certe idee meritino di esistere, e altre no.

Non è tutto. Ma è un inizio onesto.

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