Rapporto Ilo: se si tagliano i salari la crisi sarà ancora più grave. Tempi duri per 1,5 miliardi di occupati

L’agenzia delle Nazioni Unite mette in guardia i governi sugli effetti della mancata protezione del potere d’acquisto dei lavoratori. A pagare il prezzo più alto della contrazione salariale saranno i redditi bassi ma anche la classe media

ROMA – Se i salari continueranno a contrarsi, la recessione sarà più dura e la ripresa più difficile. Dopo l’Ocse, è ora l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) ad aggiungere nuovi elementi per definire meglio la gravità dei danni all’economia reale causati dalla crisi dei mercati finanziari. Se l’Ocse annunciava ieri un aumento generalizzato della disoccupazione, fino a due milioni di disoccupati in più nei prossimi due anni, il nuovo Rapporto Globale sui Salari dell’Ilo dipinge un futuro nero anche per chi il lavoro riuscirà a conservarlo. E mette in guardia i governi sulle conseguenze che la mancata protezione dei salari avrebbe sulla ripresa economica.

“Per 1,5 miliardi di lavoratori dipendenti nel mondo, si profilano tempi difficili – ha dichiarato il Direttore generale dell’Ilo, Juan Somavia –. La lenta o negativa crescita economica, combinata ad una elevata instabilità dei prezzi alimentari ed energetici, porterà all’erosione dei salari reali di molti lavoratori”. A pagare il prezzo maggiore saranno “in particolare i nuclei familiari a basso reddito e più poveri” ma “anche la classe media sarà gravemente colpita”. La riduzione dei salari reali combinata all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari avrà un impatto ancora più forte nei paesi in via di sviluppo dove una quota sempre maggiore del reddito dovrà essere destinata all’acquisto del cibo. Se nelle economie avanzate (come Danimarca, Olanda e Svizzera) la spesa alimentare è meno del 20% del totale, la percentuale raggiunge il 60 per cento in molti paesi in via di sviluppo con punte del 70% in paesi come Armenia, Niger e Romania.

Sulla base degli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, la previsione dell’Ilo è che la crescita globale dei salari reali raggiungerà nella migliore delle ipotesi l’1,1% nel 2009, rispetto all’1,7% del 2008, ma ci si aspetta una riduzione dei salari in numerosi paesi, comprese le principali economie. Nel complesso, la crescita dei salari nei paesi industrializzati dovrebbe scendere da +0,8% del 2008 a -0,5% del 2009.

Il dato conferma quanto emerge dall’analisi complessiva dell’andamento dei salari rispetto al Pil degli ultimi dieci anni: nei periodi di crisi economica, la riduzione della crescita dei salari è più rapida di quella del Pil. Secondo il rapporto, tra il 1995 e il 2007, per ogni riduzione di un punto percentuale del Pil pro capite, la media dei salari è scesa anche oltre l’1,55 punto percentuale. Una riduzione non compensata durante i periodi di boom, in cui in ogni caso la crescita dei salari è rimasta indietro rispetto alla crescita economica. Secondo il rapporto, tra il 1995 e il 2007, per ogni punto percentuale in più nella crescita economica annuale del Pil pro capite, i salari sono cresciuti in media solo dello 0,75% su base annua. Di conseguenza, in quasi i tre quarti dei paesi la quota dei salari rispetto al Pil è diminuita. Mentre, tra il 2001 e il 2007, l’inflazione risultava bassa e l’economia globale cresceva ad un tasso del 4% l’anno, i salari sono aumentati solo del 2% l’anno in oltre la metà dei paesi.

“Se questo modello si dovesse imporre nella rapida espansione della crisi attuale, porterebbe ad un aggravamento della recessione e a un ritardo della ripresa”, ha dichiarato Somavia. Per questo secondo l’Ilo è necessario che i governi “si impegnino per la protezione del potere di acquisto dei lavoratori dipendenti e stimolino i consumi interni”. L’organizzazione ginevrina sottolinea che “le parti sociali dovrebbero essere sollecitate a negoziare misure per prevenire un ulteriore deterioramento della quota dei salari rispetto al Pil”, che “i salari minimi dovrebbero effettivamente proteggere i lavoratori più vulnerabili” e infine che “i salari minimi e la contrattazione salariale dovrebbero essere integrati dall’intervento pubblico, ad esempio con misure di sostegno al reddito”. (mp)

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