C’è stato un tempo in cui il Terzo Settore guardava al mondo digitale e della cooperazione con un principio guida molto chiaro: la condivisione dei saperi per il bene comune. Se un’associazione o una cooperativa sviluppava una buona prassi, un modello di welfare o una metodologia formativa efficace, l’istinto naturale era quello di metterla a disposizione della rete.
Oggi, invece, assistiamo a un fenomeno paradossale e preoccupante: la progressiva mercificazione della conoscenza sociale. Tutto è diventato un corso a pagamento, un webinar esclusivo, un manuale acquistabile o un servizio di consulenza a caro prezzo. In questa corsa alla monetizzazione delle competenze, il Terzo Settore sembra essersi dimenticato di due concetti fondamentali che dovrebbero essere nel suo DNA: le licenze Creative Commons e la filosofia Open Source.
Il cortocircuito: fare il “sociale” con logiche “profit”
Il paradosso è evidente. Parliamo di welfare generativo, di comunità, di reti e di transizione ecologica e sociale, ma quando si tratta di condividere le soluzioni operative ci comportiamo esattamente come le aziende a scopo di lucro.
La conoscenza prodotta all’interno del mondo cooperativo e associativo — spesso sviluppata anche grazie a fondi pubblici, bandi o lavoro volontario — viene sempre più spesso blindata dietro “paywall” (muri a pagamento). Toolkits, framework di valutazione d’impatto, modelli organizzativi: tutto viene “pacchettizzato” e venduto.
Pensiamo, ad esempio, a manuali, ricerche o guide pratiche su temi delicatissimi, come la gestione quotidiana di disabilità gravi o l’invecchiamento con lesioni midollari. Si tratta di informazioni vitali, che potrebbero migliorare sensibilmente la qualità della vita di migliaia di persone e famiglie. Eppure, queste risorse finiscono troppo spesso per essere stampate e vendute a caro prezzo da editori specializzati, anziché essere prodotte in formato aperto (Open Access) e distribuite gratuitamente dalle reti associative. Quando la conoscenza su come vivere dignitosamente la propria fragilità diventa una merce da acquistare, il sistema ha un problema di fondo.
Così facendo, si crea una barriera all’ingresso per le realtà più piccole e per gli utenti finali, soffocando sul nascere quell’innovazione sociale diffusa che a parole tutti dicono di voler promuovere.
Dove sono finite le licenze Creative Commons?
Le licenze Creative Commons (CC) sono nate esattamente per risolvere questo problema: permettere agli autori di mantenere i diritti sulle proprie opere, consentendone però la libera circolazione, condivisione e, se lo si desidera, la modifica (a patto di citare la fonte e non farne un uso commerciale non autorizzato).
Usare una licenza come la CC BY-NC-SA (Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo) per un manuale del Terzo Settore significherebbe dire: “Questo è il nostro modello. Prendetelo, studiatelo, miglioratelo per i vostri territori. Se ci guadagnate dei soldi ne dobbiamo parlare, ma se lo usate per fare del bene, è vostro”.
Invece, il simbolo del Copyright (©) “Tutti i diritti riservati” sta spopolando anche sui documenti e sui portali delle imprese sociali. Un approccio chiuso, che blocca la contaminazione delle idee.
La lezione dimenticata dell’Open Source
L’intero web moderno si basa sull’Open Source. I server che ospitano i nostri siti, i CMS che usiamo per comunicare le nostre attività, i linguaggi di programmazione… tutto è nato perché qualcuno ha deciso che il codice sorgente doveva essere aperto, leggibile e migliorabile da chiunque.
L’Open Source non è solo informatica, è un modello politico e sociale. Significa costruire insieme, correggere gli errori grazie all’intelligenza collettiva della comunità e non reinventare la ruota ogni volta. Se il Terzo Settore applicasse l’etica Open Source alle proprie metodologie, l’impatto sociale si moltiplicherebbe a costo zero. Invece, si preferisce sviluppare il proprio “codice chiuso”, gelosi delle proprie scoperte nel tentativo di venderle.
Tornare a condividere per moltiplicare l’impatto
È giusto che i professionisti del Terzo Settore siano retribuiti per il loro lavoro e la loro formazione? Assolutamente sì. La dignità del lavoro, anche in ambito sociale, è sacrosanta. Ma c’è una netta differenza tra farsi pagare per il tempo dedicato a una docenza, e mettere il lucchetto alla conoscenza stessa.
Dobbiamo tornare a liberare i contenuti. Ricominciare a pubblicare guide in formato aperto, rilasciare materiali formativi con licenze Creative Commons, condividere le strategie di successo senza chiedere una transazione economica in cambio. L’impatto sociale si misura anche da quanta conoscenza riusciamo a immettere gratuitamente nella società. Se il sapere diventa un lusso, abbiamo già fallito la nostra missione principale.
🔗 Link Correlati e Approfondimenti
Per chi desidera approfondire la cultura della condivisione libera e capire da dove nasce questa filosofia, ecco alcuni strumenti e risorse fondamentali:
- Creative Commons Italia: Scopri come funzionano le licenze aperte per tutelare e condividere le tue opere senza bloccarne la diffusione.
- Progetto GNU e Free Software Foundation (FSF): La culla del “Software Libero”. Leggere la loro filosofia aiuta a capire la differenza tra “gratuito” (free beer) e “libero” (free speech), un concetto che il Terzo Settore dovrebbe fare suo.
- The Linux Foundation: L’organizzazione che sostiene il sistema operativo Open Source più famoso e utilizzato al mondo, dimostrando che il lavoro collaborativo e aperto può superare le multinazionali chiuse.
- Italian Linux Society (ILS): Il punto di riferimento in Italia per la promozione di Linux, del software libero e della cultura aperta.
- Open Source Initiative (OSI): L’organizzazione globale che definisce e promuove i criteri dell’Open Source nel mondo.
- Dichiarazione di Budapest sull’Open Access (BOAI): I principi fondamentali per l’accesso libero e senza restrizioni alla letteratura scientifica e accademica.