Non usare la parola clandestino? ”Un segno di civiltà”

La decisione è stata presa dalle Agenzie Redattore Sociale e Dire. Lo scrittore Tahar Lamri: ”È una scelta coraggiosa”. Mohamed Tailmoun, portavoce della Rete G2: ”È un termine discriminatorio, meglio parlare di irregolare”

ROMA – “Ho l’impressione che in Italia si parli sotto dettatura. Si ripetono parole senza nessuna coscienza del loro significato devastante”. Con queste parole, lo scrittore Tahar Lamri spiega dalle pagine di uno degli ultimi numeri di Internazionale l’importanza dell’uso e il danno dell’abuso di alcune espressioni, soprattutto nel linguaggio giornalistico.

La scelta delle agenzie di stampa Redattore Sociale e Dire, di eliminare la parola clandestino dai propri notiziari, è apprezzata dallo scrittore. “È una decisione memorabile che mi riempie di gioia. Scegliere di non usare più un termine che criminalizza è un segno di civiltà, di democrazia”. Anche Mohamed Tailmoun, portavoce della Rete G2 – Seconde generazioni è dello stesso avviso. “Spero sempre che, rispetto a una parole così brutta, ci sia oltre alla scelta giornalistica, anche la decisione di non usarla più in qualsiasi tipo di contesto. È una parola che non vuol dire niente e che è discriminatoria – sottolinea Tailmoun – parlare di clandestino non ha senso, si può parlare al massimo di irregolare per indicare una persona che dal punto di vista amministrativo non è in regola con le normative. Clandestino fa pensare, ad esempio, a chi non paga il biglietto: serve semplicemente a far passare l’idea di chi ha evaso qualcosa”.

“L’etimologia della parola ‘clandestino’ – spiega lo scrittore Tahar Lamri – indica chi si nasconde di giorno, chi si intrufola, chi è in agguato per fare del male. Noi stiamo parlando di persone che non hanno documenti e che in altri paesi come la Spagna o la Francia sono chiamati “Sans papiers”. Perché allora criminalizzare? È sufficiente seguire la storia della parola clandestino. Anni fa si parlava di ‘clandestini’, oggi si parla di ‘clandestino’, con una connotazione ancora più feroce. Il linguaggio è molto importante”.

Lo scrittore di origine algerina sottolinea l’importanza di una scelta di linguaggio. “Se gli ideali democratici sono troppo alti per una certa classe politica o per alcuni giornalisti con pochi scrupoli o negligenti, allora si abbassa la barra dell’ideale ammettendo di non esserne all’altezza. La scelta dell’agenzia Dire e Redattore Sociale, dimostra l’essere all’altezza di certi ideali. È come dire: ‘Abbiamo deciso di fare informazione sociale e vogliamo essere all’altezza degli ideali che ci poniamo’”.

Citando il linguista Roland Barthes, Lamri ribadisce il potere del linguaggio e la pericolosità delle classificazioni: “Un altro termine da usare con attenzione è ‘badante’, una definizione che toglie la caratteristica della professionalità alle persone definendole semplicemente come coloro che badano. Dobbiamo imparare a chiamare le cose con il proprio nome. La poca attenzione al linguaggio che c’è negli ultimi tempi può avere effetti devastanti. La presa di coscienza dell’agenzia Dire e Redattore Sociale è una scelta coraggiosa che dimostra la possibilità di riflettere, di prendere coscienza delle cose”. (lp)

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