Gli albanesi in Italia

Bari, 29 settembre 2008, Convegno conclusivo del progetto “Aquifalc” presso l’Università
Compendiati in un volume i temi salienti del progetto “Aquifalc”
È dedicato ai contenuti del progetto il volume
Gli albanesi in Italia. Conseguenze economiche e sociali dell’immigrazione
Edizioni Idos, Roma settembre 2008
Realizzato dal Centro Studi e ricerche Idos in collaborazione con
Università di Bari – Dip. Scienze Economiche, Università di Tirana, la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes

Gli albanesi di ieri: le diverse fasi migratorie
L’Albania conobbe l’emigrazione in Italia già nel 1400, quando 200.000 cattolici di diverse comunità non vollero sottomettersi al dominio turco (che tra l’altro vietò l’utilizzo della lingua albanese) e decisero di venire in Italia per insediarsi in diversi territori dell’Italia meridionale. Queste collettività, pienamente inserite in Italia, hanno saputo conservare la loro lingua e le loro tradizioni, cosa abbastanza insolita a secoli di distanza.
Durante la seconda guerra mondiale furono gli italiani a recarsi in quel paese, ma da invasori: eppure molti italiani furono salvati dalle rappresaglie dei tedeschi proprio dagli albanesi, che li nascosero nelle loro case.
Quindi per 50 anni, fino al 1990, si verificò la chiusura al mondo esterno voluta dal regime marxista. Da quell’anno, con il crollo del regime, è iniziato il grande esodo. Si stima che oggi, rispetto a una popolazione di 3 milioni e 300.000 residenti, un altro milione sia emigrato all’estero, in prevalenza in Grecia e in Italia ma anche oltreoceano.
Le recenti vicende migratorie degli albanesi in Italia iniziano in un clima di accoglienza. Sia nel 1990 (circa 800 rifugiatisi nell’Ambasciata Italiana) che ne mese di marzo del 1991 (25.000 sbarcati in diversi porti della Puglia dopo la liberalizzazione dei passaporti) sono bene accolti questi cittadini interessati a liberarsi dal peso del passato.
Il clima peggiora già nel mese di agosto dello stesso 1991, quando altri 20.000 albanesi sbarcarono, non attesi, e vengono rispediti a casa senza complimenti. Inizia un decennio di sofferenze per questi immigrati, che continuano ad arrivare, in un clima di forte diffidenza con il supporto esosi scafisti che li traghettano nella “terra promessa”, dove molti riescono a nascondersi per emergere in occasione delle regolarizzazioni (1995, 1998, 2002) e altri, invece, vengono espulsi e rispediti nel loro paese, dove sta capitando di tutto: mancanza di sicurezza, crisi finanziaria nel 1997, guerra del Kossovo nel 1999, il conflitto nella vicina Macedonia, penuria di lavoro e sistema economico in sofferenza. In questo periodo, l’integrazione sociale degli albanesi è ostacolata dal diaframma costituito dal pregiudizio etnico nei loro confronti, pur essendo una grande collettività, la seconda per consistenza dopo quello marocchina. A fronte dei pregiudizi e dello scarso gradimento nei luoghi pubblici gli albanesi riducono le forme di socializzazione più visibili (incluso l’associazionismo) e potenziano invece le forme di autorganizzazione su base familiare e intracomunitarie.
Questa impostazione finisce per prevalere sul muro dei pregiudizi e così la terza fase arriva a maturazione all’inizio degli anni ‘2000 quando, grazie al duro lavoro di chi ha tenuto duro in Italia e si è inserito positivamente l’albanese finisce per essere considerato il prototipo dello straniero delinquente e diventa una persona normale, tra l’altro molto apprezzato dai datori di lavoro. Intanto continua il desiderio di recarsi in Italia dei giovani che non hanno lavoro e hanno imparato l’italiano, come anche il flusso degli studenti universitari (sono attualmente 10.000) e delle persone che vengono per ricongiungersi ai familiari emigrati in precedenza. L’Italia, insomma, è un paese che attira. Nonostante gli aspetti penali riguardanti questa collettività (un sesto delle denunce presentate contro stranieri), addebitabili in larga misura alla criminalità organizzata, è finita l’emergenza di una volta sul luogo di lavoro l’albanese gode di un’ottima fama: disponibile, affidabile, rispettoso dell’autorità e soprattutto disposto a lavori molto faticosi, con capacità e fermezza, rispettoso degli orari.
Oggi, finalmente, si può invece parlare di una metamorfosi in positivo nella percezione degli immigrati albanesi da parte della società italiana, a cui hanno contributo tanti fattori e, in primo luogo, la capacità di una collettività di farsi accettare e la capacità della sua èlite di rappresentarla. L’immigrato albanese è ancora uno “straniero” ma non più un “estraneo” bensì solo diverso in quanto portatore di caratteristiche differenti.
Gli immigrati albanesi di oggi e il loro inserimento
Specialmente nel corso degli anni ‘2000 la presenza albanese in Italia è andata aumentando notevolmente, così che alla fine del 2007 si colloca subito dopo i romeni e prima dei marocchini con 420.000 presenze regolari secondo la stima del Dossier Caritas / Migrantes, esposta nel volume Gli albanesi in Italia.
Gli albanesi si caratterizzano per essere una collettività diffusa su tutto il territorio nazionale, con una preponderanza nelle regioni settentrionali dove risiedono i due terzi della presenza, analogamente a quelle che sono le tendenze insediative della popolazione immigrata nel suo complesso. È il Nord Ovest l’area di maggiore insediamento con il 33,5% della presenza albanese, ma diversamente da quanto avviene per la generalità degli immigrati in Italia, sono le regioni centrali (27,2%) a collocarsi in seconda posizione seguite a breve distanza da quelle del Nord Est (26,8%).
La collettività può essere così ripartita: occupati netti (216.000), lavoratori autonomi registrati presso le Camere di commercio (15.000), minori (101.000, un quinto del totale) e quindi le rimanenti persone presenti per motivi di famiglia o soggiornanti per motivi di inserimento (88.000).
Vi equilibrio tra maschi e femmine, anche per effetto della ricomposizione dei nuclei familiari, e i più sono di giovane età, tra i 18 e i 40 anni. L’incidenza dei coniugati riguarda i due terzi della presenza ed è nettamente superiore a quella media del totale degli immigrati (+8 punti percentuali). Il processo di “familiarizzazione” è evidenziato anche dal fatto che il 52% degli albanesi è titolare di permesso di soggiorno per lavoro e il 42,5 di un permesso di lavoro per famiglia (11 punti in più rispetto alla media). Sono in forte aumento anche i matrimoni misti che, a differenza di quanto avviene per la maggior parte delle altre collettività immigrate, coinvolgono in tre casi su 4 i maschi albanesi. È discreta anche l’anzianità di soggiorno, atteso la metà dei membri della collettività è arrivata in Italia prima del 2000. Sussiste un forte interesse anche alla cittadinanza italiana: nel 2006 le acquisizioni per matrimonio sono state 1.535 (78,6% a beneficio di donne) e quelle per residenza 795 (di cui 25,0% costituito da donne).
L’ingresso in Italia per i lavoratori albanesi è regolamentato nell’ambito del sistema del decreto flussi annuale, tuttavia con quote privilegiate. Nel triennio 2005-2007 (dati Ministero dell’Interno) attraverso i decreti flussi sono state 41.221 le istanze di assunzione presentate presso lo sportello unico a favore di lavoratori albanesi, pari al 6,2% del totale stranieri (670.459).
I settori di inserimento sono così distribuiti: il 52,9% nell’industria, il 37,6% nei servizi e il 7,8% in agricoltura e pesca (il restante 1,8% rimane non ripartito). Per quanto riguarda i singoli comparti sopravanza di gran lunga tutti gli altri quello delle costruzioni (32,5%), seguito poi da ristorazione e alberghi (10,4%), servizi alle imprese (9,3%, si noti che in questo settore sono cumulati anche gli addetti ai servizi di pulizia), l’agricoltura (7,7%) e il servizio alla persona (3,7%).
Caduta l’etichetta di criminali
Negli anni ’90 gli albanesi erano solitamente considerati un’etnia cattiva e il loro paese inquadrato come pericoloso e popolato da gente aggressiva e violenta.
Negli anni ‘2000, pur aumentando notevolmente la presenza degli albanesi, la stessa non ha influito in misura corrispondente sugli addebiti penali e anche sotto questo aspetto va registrata la positiva evoluzione della collettività albanese, iniziata con sbarchi di massa e l’avventura dei gommoni e continuata con un tenace inserimento quotidiano, nel mondo del lavoro e negli altri ambiti.
Le denunce complessive dei sette anni del periodo 2000 – 2006 riguardanti gli albanesi, pur essendo notevolmente aumentata la popolazione regolare di riferimento, sono numericamente inferiori a quelle presentate nei dieci anni degli anni ’90, mentre è avvenuto il contrario per alcune fattispecie di reato, tipiche delle organizzazioni criminali (associazioni di tipo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti): sta in questi dati il diverso andamento tra criminalità individuale e criminalità organizzata.
Nel suo percorso di potenziamento la criminalità albanese ha iniziato col traffico della droga, collaborando con la mafia turca per far giungere l’eroina sulle coste pugliesi, naturalmente in collegamento con la Sacra Corona Unita e, quindi, si è occupata del traffico di persone ed ha assunto un’organizzazione sempre più autonoma. La struttura della criminalità albanese è di tipo familiare ed etnico e ciò rende più rari gli attriti e i tradimenti e meno frequente il riscatto dalla prostituzione delle donne albanesi, per tradizione subordinate al ruolo dell’uomo: spesso sono le stesse famiglie a mostrarsi interessate a non perdere il notevole guadagno annuale (più di 20.000 euro l’anno) ottenuto mettendo a disposizione una ragazza o un minore per la prostituzione o la realizzazione di materiale pedo-pornografico.
Contemporaneamente è aumentato l’apprezzamento dei normali immigrati albanesi, quelli che hanno saputo superare le difficoltà degli anni ’90, inserirsi positivamente nel mondo del lavoro e non avere addebiti con la giustizia.
I benefici di ritorno per l’Albania
L’emigrazione sta esercitando il suo impatto anche sull’economia locale, alla quale da un lato fornisce risorse per lo sviluppo economico e dall’altra fa venire il supporto dei lavoratori che prendono la via dell’esodo.
Anche di questo si parla nel volume Gli albanesi in Italia, che con il supporto di ricercatori italiani e albanesi è stato curato dai redattori del “Dossier Statistico Immigrazione” Caritas/Migrantes e pubblicato nelle Edizioni Idos. Tra l’altro alcune indagini sul campo hanno scandagliato il vissuto degli immigrati per mostrarne i problemi ed enfatizzarne le aspettative.
In un contesto mondiale, in cui i paesi ricchi non sono così propensi a mettere a disposizione quote neppure limitate della loro ricchezza, sono gli stessi lavoratori immigrati con i loro risparmi a creare una massa monetaria ingente che va direttamente a disposizione dei loro paesi d’origine e che andrebbe meglio utilizzata. Non si è andati molto avanti su questo versante, ma alcune iniziative “aperte” dicono che è possibile.
mi riferisco all’ampia indagine condotta da Caritas Italiana insieme a diverse strutture pubbliche che equiparato a un fallimento.
Il progetto W.A.R.M. “Welcome Again: Reinsertion of Migrants”, nato all’interno del programma AENEAS, ha coinvolto il Comune di Roma, Caritas Italiana, Caritas Albania, il P.f.D. (Partner for Development). L’obiettivo è stato quello di assicurare un supporto agli albanesi rimpatriati attraverso una serie di azioni di formazione, accompagnamento al lavoro e/o alla creazione di microimprese in patria.
Alla base del progetto è stata posta, inoltre, la volontà di sensibilizzare maggiormente le autorità albanesi ed italiane al problema del ritorno dei migranti, di trasferire la conoscenza e le ‘buone pratiche’ alle agenzie albanesi che si occupano della creazione di imprese e dell’inserimento al lavoro, di facilitare il reinserimento al lavoro dei migranti tornati e di sostenere la creazione di micro-imprese.
Le interviste rilasciate da più di 500 albanesi rimpatriati, hanno evidenziato il forte interesse a una simile iniziativa e sottolineato che il ritorno non necessariamente deve essere equiparato a un fallimento. In effetti, i fondi progettuali hanno consentito di dare l’avvio a una trentina di imprese, sulle quali il volume riporta le testimonianze dei protagonisti.
Il nome del progetto”Aquifalc” e il motto “l’aquila e il falcone volano insieme”, esprimono l’auspicio, come ha spiegato il prof. Giovanni Ferri, docente di economia all’Università di Bari e direttore del progetto, che “anche due volatili fieri come l’aquila (emblema dell’Albania) e il falcone (laddove il falcone federiciano rappresenta la Puglia, la regione che da sempre funge da ponte dell’altra terra con il Bel Paese) si ritrovino in una convivenza mutuamente vantaggiosa”.

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