DIO ABITA NELL’UOMO

Intervento del vescovo alla veglia ecumenica di ascolto e di preghiera
in occasione delle manifestazioni “Da Sud a Nord: un’Alleanza per la Democrazia”
.
Preparandomi a questo incontro di veglia, mi sono fatto diverse domande. Quale il fine di questa manifestazione nazionale a Reggio Emilia? Quali le ingiustizie e i mali da cui essere liberati? Quali le sofferenze da condividere con dei nostri fratelli? Quali compiti ci affida oggi il Signore per camminare insieme verso un Paese solidale? Certo, anche queste sono domande importanti a cui dare una risposta. Credo che promuovere una società e una cultura della giustizia e della solidarietà sia prima di tutto domandarsi: dov’è Dio? Dove trovarLo?

Dio abita la terra

L’uomo religioso dell’antichità, a queste domande, risponde così: “Dio è in alto, nei cieli”. Quale sede migliore si potrebbe immaginare per la divinità della vetta di un monte altissimo o dello spazio misterioso che sta oltre le nubi. Ma un Dio che abita nei cieli — soprattutto all’uomo moderno — appare lontano, estraneo, indifferente alle vicende di noi uomini sulla terra. “Padre nostro che sei nei cieli … resta dove sei!”. Così troncava in maniera blasfema ogni domanda religiosa l’ateo J. Prévert.
È venuto però un popolo, il popolo ebraico, che nella sua lunga storia ha avvertito la presenza del Dio non solo creatore del cielo e della terra, ma anche salvatore, partecipe delle vicende del suo popolo nomade, migrante, pellegrino dalla terra di schiavitù alla Terra promessa, come lo sono tuttora il popolo dei “senza terra” in Brasile, i profughi dai Paesi della Somalia e del Darfur, i terremotati di Haiti, dell’Aquila e, da oggi, come abbiamo sentito dalle ultime notizie, quelli del Cile.

Una volta stabilito nella città santa di Gerusalemme, il popolo ebraico costruisce il tempio e ad esso dedica culto, feste, preghiere, come quella del salmo: “Una cosa ho chiesto al Signore. Questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita per gustare le dolcezze del Signore e ammirare il suo santuario” (Salmo 26). Era questo il Salmo caro a Paolo VI, come ricordò in occasione del suo 80.esimo compleanno.

Anche Gesù, in quanto figlio di questo popolo, ha amato il tempio di Gerusalemme. Lo ha frequentato all’età di dodici anni, e poi vi è ritornato spesso a pregare con il suo popolo. Nel tempio Gesù vi ha insegnato. Ha tanto amato il tempio che una volta si è indignato, vedendolo profanato dagli affari di questo mondo, come ci raccontano i Vangeli, in particolare quello di stasera secondo Giovanni (2,13-22). Ha gridato: “È la casa di mio Padre”. Ed ha anche pianto, prevedendo la sua non lontana distruzione.
Ma Gesù non si è fermato al tempio, dando una risposta a domande più profonde: cercate il tempio dove abita Dio? Non fermatevi al tempio di pietre. Cercate un tempio vivo, palpitante, fatto di carne, di dolore, di speranza. È facile accontentarsi di un Dio che abita in cielo. Un Dio che abita in cielo non ti chiede nulla, non cambia la tua vita. È facile accontentarsi anche di un Dio che abita nelle cattedrali e nei tabernacoli. Un Dio… custodito nei tabernacoli non ci crea problemi.
Dio abita l’uomo
Che cosa ci ha detto ancora il Vangelo? Che si stava avvicinando la Pasqua dei Giudei e Gesù, sorprendendo la folla in preghiera, esclamò: “Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere”. Non parlava del tempio di pietre materiali, ma del tempio vivo che sarebbe stato il suo corpo con la risurrezione dalla morte il terzo giorno.

La risposta di Gesù alla domanda dove abita Dio si colloca così nella umanità stessa del Dio vivo che in Gesù di Nazareth ha preso corpo. Tempio di Dio per l’incarnazione è stato il grembo di una donna, Maria la madre di Gesù. Tempio di Dio è l’umanità di Gesù viva e partecipe della storia umana, quando guarisce i malati, sfama la folla, versa il vino nuovo per la festa di nozze a Cana, restituisce alla vita l’amico Lazzaro, lui stesso muore e risorge.
Dio allora non abita solo in cielo, nel tempio, nelle nostre chiese, ma ha voluto, in Cristo, abitare nell’uomo. Pensate: tempio di Dio era ciascuno di quella folla immensa di indios (quanti milioni?) che gli europei conquistadores hanno sterminato. Come hanno potuto, anche tanti altri credenti, accanirsi contro l’uomo? Sì, tempio di Dio è ogni creatura abitata dallo Spirito di Dio. È il messaggio che l’apostolo Paolo dava ai cristiani del suo tempo: “Fratelli, voi siete edificio di Dio… Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1Cor 3,9.16).

Il compito di una Chiesa

Quale allora il significato di questa veglia ecumenica, di questa festa che lega da Sud a Nord un’alleanza per un Paese più solidale? Quale movimento intende imprimere nel cammino di questa Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla, insieme alle Chiese sorelle di Locri, Crotone, Milano…, alle comunità ortodosse di Bologna e di Reggio Emilia, alla comunità metodista di Parma? Mi pare di vedere questi due movimenti.

Il primo movimento è quello della accoglienza. Una chiesa è fatta per accogliere: per questo ha una porta centrale e, quando non bastano, altre porte laterali. Chi supera la porta di una chiesa è chiamato a raccogliersi al di là della dispersione; abbandona le proprie ragioni individualistiche e prende coscienza di essere popolo di Dio. Riguardo al tema di questa manifestazione, facciamo nostro quanto recentemente i Vescovi italiani affermano nel documento Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno.
In questi ultimi vent’anni, in cui la criminalità organizzata ha messo radici in tutto il territorio italiano, sviluppando attività economiche, siamo chiamati, come singoli e come comunità cristiane – ma anche come cittadini -, a investire noi stessi per prevenire queste malattie sociali con un impegno educativo, per diffondere la cultura della legalità, della non-violenza, della ricerca del bene comune. Sì, c’è bisogno di un preciso intervento educativo, sin dai primi anni di età, per evitare che il mafioso sia visto come un modello da imitare. Se si è uniti e solidali, le cose cambiano: ecco il senso dell’Alleanza, cioè dell’accoglienza reciproca di questo compito educativo, da Sud a Nord.
Il secondo movimento è quello della missione. Le porte della chiesa che prima si sono aperte per accogliere, alla fine si dischiudono perché ciascuno, con la coscienza di essere popolo di Dio, ritrovi le strade del mondo da discepolo e pellegrino del Vangelo, come esorta Gesù nel Vangelo di Marco: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura”.
È quello che siamo chiamati a essere ogni volta che usciamo di chiesa. Quando la domenica usciamo di chiesa, torniamo a casa e ci godiamo il resto della giornata festiva, non dovremmo sentirci dei cristiani a posto: “ho fatto il mio dovere; ho messo a posto il Signore; fino a Domenica prossima non ci penso più”. Veniamo fuori dalla chiesa forse più buoni e cresciuti nella fede, ma certamente anche più responsabili.

Riflettendo sulla testimonianza di figure luminose come quella di Don Pino Puglisi, Don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino, di diversi magistrati, forze dell’ordine, politici, sindacalisti, imprenditori e giornalisti, di donne e uomini di ogni categoria, possiamo comprendere come questa testimonianza di quanti hanno sacrificato la vita nella lotta e resistenza alla malavita organizzata non debba restare solo un esempio isolato, ma il frutto di una mobilitazione delle coscienze a fermare, dal Sud al Nord, “un fenomeno che non può essere semplicisticamente interpretato come espressione di una religiosità distorta, ma forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione”.

Conclusione

Come gli apostoli, invito noi Vescovi, le nostre Chiese locali, le comunità dei fedeli che frequentano le nostre chiese, a ripeterci spesso questo interrogativo: “Signore, dove vai? Dove vuoi condurci con la Tua Parola e il Tuo sacrificio che ancora celebriamo venendo in chiesa? E, c’è ancora posto per Te nella nostra vita? Signore, aiutaci a dare noi oggi la risposta che Tu attendi”.

+ Adriano VESCOVO

Reggio Emilia – Basilica B. V. della Ghiara, 27 febbraio 2010

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