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	<title>Portale Solidale &#187; Migrazioni nel mondo</title>
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	<description>Seleziona ed archivia articoli relativi alle ONLUS ed alle iniziative cattoliche e solidali.</description>
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		<title>L&#8217;immigrato non ruba lavoro</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 16:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonin Bardhi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Immigrati e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni nel mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno studio sugli Stati Uniti tra il 2000 e il 2007 mostra effetti controintuitivi di Gianmarco Ottaviano, ordinario di economia politica alla Bocconi Delocalizzazione e immigrazione sono spesso ritenute responsabili della distruzione di posti di lavoro nei settori manifatturieri in Italia. Tuttavia, mentre la contrazione di questi settori negli ultimi decenni è innegabile, valutare la [...]]]></description>
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<p><strong>Uno studio sugli Stati Uniti tra il 2000 e il 2007 mostra effetti controintuitivi</strong></p>
</div>
<div id="art_opi_aut"><strong><em>di Gianmarco Ottaviano, ordinario di economia politica alla Bocconi</em></strong></div>
<div id="art_testo">
<p>Delocalizzazione  e immigrazione sono spesso ritenute responsabili della distruzione di  posti di lavoro nei settori manifatturieri in Italia. Tuttavia, mentre  la contrazione di questi settori negli ultimi decenni è innegabile,  valutare la responsabilità della globalizzazione è difficile. Da un  lato, la delocalizzazione dei processi produttivi o l’impiego di  immigrati per svolgerli riduce direttamente il numero di posti  disponibili per i lavoratori italiani. Dall’altro, la riduzione di costi  associata a queste forme di riorganizzazione promuove la competitività  delle imprese, che a loro volta possono generare nuovi posti di lavoro  anche per i lavoratori italiani. L’effetto netto dipende da svariati  fattori, anche istituzionali, tra cui non solo la flessibilità del  mercato del lavoro e del prodotto, ma anche la capacità di reinventare  l’organizzazione e la divisione dei compiti all’interno dell’impresa.<span id="more-1620"></span></p>
<div>Per meglio capire come gestire efficacemente queste sfide e  opportunità sarebbero di straordinaria importanza analisi empiriche  comparate a livello internazionale in grado di evidenziare i punti di  forza e di debolezza dei vari sistemi paese. In attesa di tali analisi,  per ora indisponibili, lo stato del dibattito può essere esemplificato  da un recente studio effettuato negli Stati Uniti su 58 settori  manifatturieri dal 2000 al 2007 (Ottaviano, Peri, Wright, Immigration, offshoring and American jobs, National Bureau of Economic Research, working paper No. 16439, Cambridge, Mass., 2010).</div>
<div>Lo studio tiene dovuto conto di un fatto noto ma spesso  dimenticato, e cioè che, come gli altri paesi occidentali, anche gli  Stati Uniti hanno conosciuto nelle ultime decadi un calo strutturale  dell’occupazione manifatturiera, dovuto alla transizione da un’economia  industriale a un’economia di servizi, che quindi poco ha a che fare con  la globalizzazione di per sé. In quest’ottica, la domanda giusta da  porsi è se i settori manifatturieri più esposti a delocalizzazione o  immigrazione abbiano perso più o meno posti di lavoro per americani  rispetto agli altri settori.</div>
<div>Secondo lo studio, la delocalizzazione ha ridotto la quota di posti  di lavoro per americani e immigrati, mentre l’immigrazione ha sì  intaccato la quota di posti di lavoro delocalizzati, ma senza avere  effetti significativi sulla quota di posti di lavoro per americani. In  termini di mansioni svolte, la delocalizzazione ha spinto i lavoratori  americani verso mansioni in media più complesse e meno routinarie e gli  immigrati verso mansioni meno complesse e più routinarie. Al contrario,  l’immigrazione non sembra aver avuto effetti rilevanti sul tipo di  mansioni svolte dai lavoratori americani. Guardando, tuttavia, ai  livelli di occupazione, invece che alle quote, la delocalizzazione non  ha avuto alcun effetto rilevante sul numero di posti di lavoro per  americani mentre l’immigrazione sembra aver avuto su di essi un piccolo  impatto positivo. Questo testimonia l’effettiva esistenza di un effetto  positivo della delocalizzazione e dell’immigrazione sulla competitività  delle imprese, manifestatosi in un’espansione relativa dell’occupazione  di lavoratori americani nei settori più esposti a tali fenomeni.</div>
<div>Nel loro insieme questi risultati indicano che, specializzandosi  nelle mansioni meno complesse, gli immigrati hanno ridotto la gamma di  mansioni delocalizzate senza influenzare granché il livello di  occupazione e il tipo di mansioni dei lavoratori americani. I lavoratori  all’estero, invece, hanno sottratto mansioni di complessità intermedia  ai lavoratori americani, spingendoli verso mansioni più complesse e meno  routinarie. Ciononostante, l’effetto positivo della delocalizzazione  sulla competitività e la capacità di espansione delle imprese ha più che  indirettamente neutralizzato qualunque effetto negativo sul livello  complessivo di occupazione dei lavoratori americani.</div>
<div>Questo è quanto è successo negli Stati Uniti dal 2000 al 2007. Se  sia accaduto o possa accadere anche in economie meno flessibili (dentro  l’impresa e fuori da essa) come quelle dell’Italia e di altri paesi  dell’Europa continentale, è ad oggi una questione aperta.</div>
</div>
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		<title>Libia, ecco la verità sui 600 detenuti eritrei di Misratah</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 21:51:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonin Bardhi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Migrazioni nel mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Speciale Libia. Da due anni Amnesty International denuncia la situazione dei rifugiati prigionieri nel carcere libico. Arrestati sulla rotta per Lampedusa, dormono in camere senza finestre fino a 20 persone, buttati per terra MISRATAH – Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Speciale Libia. Da due anni Amnesty International denuncia la situazione dei rifugiati prigionieri nel carcere libico. Arrestati sulla rotta per Lampedusa, dormono in camere senza finestre fino a 20 persone, buttati per terra</strong><br />
<span id="more-690"></span><br />
MISRATAH – Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono tutti richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli. Vittime collaterali della cooperazione italo libica contro l&#8217;immigrazione. Sono più di 600 persone, tra cui 58 donne e diversi bambini e neonati. Sono in carcere da più di due anni, ma nessuno di loro è stato processato. Dormono in camere senza finestre di 4 metri per 5, fino a 20 persone, buttati per terra su stuoini e materassini di gommapiuma. Di giorno si riuniscono nel cortile di 20 metri per 20 su cui si affacciano le camere, sotto lo sguardo vigile della polizia. Sono ragazzi tra i 20 e i 30 anni. La loro colpa? Aver tentato di raggiungere l&#8221;Europa per chiedere asilo.</p>
<p>Da anni la diaspora eritrea passa da Lampedusa. Dall’aprile del 2005 almeno 6.000 profughi della ex colonia italiana sono approdati sulle coste siciliane, in fuga dalla dittatura di Isaias Afewerki. La situazione a Asmara continua a essere critica. Amnesty International denuncia continui arresti e vessazioni di oppositori e giornalisti. E la tensione con l’Etiopia resta alta, cosicché almeno 320.000 ragazzi e ragazze sono costretti al servizio militare, a tempo indeterminato, in un paese che conta solo 4,7 milioni di abitanti. Molti disertano e scappano per rifarsi una vita. La maggior parte dei profughi si ferma in Sudan: oltre 130.000 persone. Tuttavia ogni anno migliaia di uomini e donne attraversano il deserto del Sahara per raggiungere la Libia e da lì imbarcarsi clandestinamente per l’Italia. </p>
<p>La prima volta che sentii parlare di Misratah fu nella primavera del 2007, durante un incontro a Roma con il direttore dell’Alto commissariato dei rifugiati a Tripoli, Mohamed al Wash. Pochi mesi dopo, nel luglio del 2007, insieme alla associazione eritrea Agenzia Habeshia, riuscimmo a stabilire un contatto telefonico con un gruppo di prigionieri eritrei che erano riusciti a introdurre un telefono cellulare nel campo. Si lamentavano delle condizioni di sovraffollamento, della scarsa igiene dei bagni, e delle precarie condizioni di salute, specie di donne incinte e neonati. E accusavano gli agenti di polizia di avere molestato sessualmente alcune donne durante le prime settimane di detenzione. Amnesty International si espresse più volte per bloccare il loro rimpatrio. E il 18 settembre 2007 la diaspora eritrea organizzò manifestazioni nelle principali capitali europee. </p>
<p>Il direttore del centro, colonnello &#8216;Ali Abu ‘Ud, conosce i report internazionali su Misratah, ma respinge le accuse al mittente: &#8220;Tutto quello che dicono è falso” dice sicuro di sé seduto alla scrivania, in giacca e cravatta, dietro un mazzo di fiori finti, nel suo ufficio al primo piano. Dalla finestra si vede il cortile dove sono radunati oltre 200 detenuti. Abu ‘Ud ha visitato nel luglio 2008 alcuni centri di prima accoglienza italiani, insieme a una delegazione libica. Parla di Misratah come di un albergo a cinque stelle comparato agli altri centri libici. E probabilmente ha ragione. Il che è tutto un dire. Dopo una lunga insistenza, insieme a un collega della radio tedesca, Roman Herzog, siamo autorizzati a parlare con i rifugiati eritrei. Scendiamo nel cortile. Ci dividiamo. Intervisto F., 28 anni, da 24 mesi chiuso qua dentro. Mentre lui parla mi accorgo che non lo sto ascoltando, in verità provo a mettermi nei suoi panni. Abbiamo grossomodo la stessa età, ma lui i migliori anni della vita li sta buttando via in un carcere, senza un motivo apparente. (gdg)</p>
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		<title>Il Pontefice chiede collaborazione per evitare la morte degli immigrati</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Aug 2008 17:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonin Bardhi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di fronte al dramma di quanti muoiono nelle acque del Mediterraneo CITTA&#8217; DEL VATICANO, domenica, 31 agosto 2008 (ZENIT.org).- L&#8217;aumento delle drammatiche morti degli immigrati in cerca di un futuro migliore in un Paese straniero ha portato questa domenica Benedetto XVI a ricordare le responsabilità delle persone coinvolte e a chiedere la collaborazione di tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di fronte al dramma di quanti muoiono nelle acque del Mediterraneo</p>
<p>CITTA&#8217; DEL VATICANO, domenica, 31 agosto 2008 (ZENIT.org).- L&#8217;aumento delle drammatiche morti degli immigrati in cerca di un futuro migliore in un Paese straniero ha portato questa domenica Benedetto XVI a ricordare le responsabilità delle persone coinvolte e a chiedere la collaborazione di tutti i Paesi, sia di quelli d&#8217;origine che di quelli d&#8217;accoglienza.<span id="more-200"></span></p>
<p>Nel tradizionale incontro in occasione dell&#8217;Angelus, il Papa ha constatato con dolore che &#8220;in queste ultime settimane la cronaca ha registrato l&#8217;aumento degli episodi di immigrazione irregolare dall&#8217;Africa&#8221;.</p>
<p>&#8220;Non di rado, la traversata del Mediterraneo verso il continente europeo, visto come un approdo di speranza per sfuggire a situazioni avverse e spesso insostenibili, si trasforma in tragedia; quella avvenuta qualche giorno fa sembra aver superato le precedenti per l&#8217;alto numero di vittime&#8221;, ha constatato.</p>
<p>Secondo il Santo Padre, &#8220;la migrazione è fenomeno presente fin dagli albori della storia dell&#8217;umanità, che da sempre, pertanto, ha caratterizzato le relazioni tra popoli e nazioni&#8221;.</p>
<p>&#8220;L&#8217;emergenza in cui si è trasformata nei nostri tempi, tuttavia, ci interpella e, mentre sollecita la nostra solidarietà, impone, nello stesso tempo, efficaci risposte politiche&#8221;, ha sottolineato.</p>
<p>Il Pontefice ha incoraggiato l&#8217;operato delle istituzioni regionali, nazionali e internazionali che si occupano della questione dell&#8217;immigrazione irregolare, esortando queste realtà &#8220;affinché continuino la loro meritevole azione con senso di responsabilità e spirito umanitario&#8221;.</p>
<p>&#8220;Senso di responsabilità devono mostrare anche i Paesi di origine, non solo perché si tratta di loro concittadini, ma anche per rimuovere le cause di migrazione irregolare, come pure per stroncare, alle radici, tutte le forme di criminalità ad essa collegate&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p>Dal canto loro, &#8220;i Paesi europei e comunque quelli meta di immigrazione sono, tra l&#8217;altro, chiamati a sviluppare di comune accordo iniziative e strutture sempre più adeguate alle necessità dei migranti irregolari&#8221;.</p>
<p>Questi ultimi vanno poi &#8220;sensibilizzati sul valore della propria vita, che rappresenta un bene unico, sempre prezioso, da tutelare di fronte ai gravissimi rischi a cui si espongono nella ricerca di un miglioramento delle loro condizioni e sul dovere della legalità che si impone a tutti&#8221;.</p>
<p>Benedetto XVI ha concluso richiamando &#8220;l&#8217;attenzione di tutti sul problema&#8221; e chiedendo &#8220;la generosa collaborazione di singoli e di istituzioni per affrontarlo e trovare vie di soluzione&#8221;.</p>
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