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	<title>Portale Solidale &#187; Dossier</title>
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	<description>Seleziona ed archivia articoli relativi alle ONLUS ed alle iniziative cattoliche e solidali.</description>
	<lastBuildDate>Sat, 04 Feb 2012 18:26:54 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Lavoro, oltre 8 milioni gli &#8220;scoraggiati&#8221;. Uno su tre è italiano</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 22:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonin Bardhi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[eurostat]]></category>
		<category><![CDATA[italiano]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell&#8217;Unione Europea sono 8 milioni 250 mila i disoccupati che, pur disponibili a lavorare, non cercano un impiego (il 3,5% della forza lavoro), l&#8217;Italia è il Paese che conta il maggior numero di queste persone che l&#8217;Istat definisce &#8220;scoraggiati&#8221;: ben 2,7 milioni. Vuol dire che uno su tre degli &#8220;scoraggiati&#8221; europei è italiano. Il dato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;<strong>Unione Europea</strong> sono 8 milioni 250 mila i disoccupati che, pur disponibili a lavorare, non cercano un impiego (il 3,5% della forza lavoro), l&#8217;Italia è il Paese che conta il maggior numero di queste persone che l&#8217;Istat definisce &#8220;scoraggiati&#8221;: ben 2,7 milioni. Vuol dire che uno su tre degli &#8220;scoraggiati&#8221; europei è italiano. Il dato diventa ancor più pesante se si restringe il campo alla sola eurozona: oltre la metà dei &#8216;senza speranza&#8217; risulta italiano. E&#8217;quanto emerge da una ricerca di Eurostat, l&#8217;ufficio statistico europeo.</p>
<p><span id="more-1825"></span></p>
<p>Il rapporto di Eurostat &#8216;Underemployed and potentially active labour force statistics&#8217; fotografa le aree critiche del mercato del lavoro in Europa. Ci sono i sotto-occupati in posizione di part-time (8,5 milioni), coloro che stanno cercando un posto ma sono impossibilitati ad essere immediatamente disponibili (2,4 milioni) e i &#8220;senza posto di lavoro e senza speranza&#8221; (8,2 milioni). E&#8217; in quest&#8217;ultima categoria che l&#8217;Italia drammaticamente prevale con l&#8217;11,1% della forza lavoro. A distanza seguono Bulgaria (8,3%) e Lettonia (8,0%). Mentre Stati come Belgio (0,7%), Francia (1,1%) e Germania (1,3%), vantano percentuali minime.</p>
<p>Gli &#8220;scoraggiati&#8221; sono persone che hanno perso la speranza di trovare un impiego: una buona parte è fatta di scoraggiati, coloro che non sono a caccia di un posto perché sanno di non potere essere assunti (una categoria che ormai nella Penisola ha superato il milione e mezzo); un&#8217;altra fetta è , invece, costituita da chi per motivi familiari o personali, pur avendo voglia di lavorare si vede costretto a restare fuori dal mercato.</p>
<p>Eurostat rileva inoltre come più spesso a restare fuori dal mondo del lavoro sono le donne (sono il 58,2%, ovvero 4,8 milioni contro 3,4 milioni di uomini). Se, invece, si analizzano le fasce d&#8217;età, i più colpiti ancora una volta risultano gli under 25 (rappresentano il 23% del totale).<br />
<em>Per saperne di più:<br />
</em><a title="link esterno" href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Underemployed_and_potentially_active_labour_force_statistics">Rapporto di Eurostat</a> [EN]</p>
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		<title>“Bisogni e costi della Persona con disabilità in seguito ad una lesione midollare”</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 17:27:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonin Bardhi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier]]></category>

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		<description><![CDATA[Molteplici possono essere le cause di una disabilità da lesione midollare: traumi della strada, caduteaccidentali sul lavoro, infortuni durante lo sport. Pochi istanti che cambiano drasticamente la vita di una persona. Oltre al danno più evidente che è quello di dover essere seduti su una carrozzina, si hanno delle ripercussioni sullo stato emotivo della persona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Molteplici possono essere le cause di una disabilità da lesione midollare: traumi della strada, caduteaccidentali sul lavoro, infortuni durante lo sport. Pochi istanti che cambiano drasticamente la vita di una persona. Oltre al danno più evidente che è quello di dover essere seduti su una carrozzina, si hanno delle ripercussioni sullo stato emotivo della persona disabile e sugli equilibri sociali della famiglia di riferimento.</strong><br />
<span id="more-1359"></span><br />
Lo studio, condotto dall’Area Sanità e Salute della Fondazione ISTUD assieme all’Istituto degli Affari Sociali ha indagato, a livello nazionale, quali fossero i bisogni a cui vanno incontro le persone disabili e la rispettive famiglie nel percorso di realizzazione di una vita indipendente e quali invece le risposte della società civile a queste richieste.<br />
Attraverso la somministrazione di questionari semi-strutturati rivolti ad una popolazione di 281 tra persone con Lesione Midollare e familiari, nonché un ciclo di focus group in 6 Unità Spinali con 61 intervistati si è cercato di capire cosa è successo alle persone disabili al rientro a casa, quale atteggiamento hanno trovato in familiari e amici, quante relazioni affettive si sono dimostrate salde e quante invece si sono sfaldate perché non hanno retto di fronte alla disabilità. Come cambia il lavoro, quante interruzioni di studio, le opportunità perse e le nuove occasioni prima mai prese in considerazione.</p>
<p><strong>Le principali evidenze emerse</strong></p>
<p><strong>Come ne esce la sanità della disabilità</strong><br />
Un primo dato emerso è la disparità di accesso alle Unità Spinali tra Nord e Sud Italia.<br />
Le Unità Spinali sono centri comprensivi di tutte le specialità cliniche e sociali necessarie per la gestione ottimale del trauma che ha causato la disabilità e delle successive fasi di riabilitazione e recupero dell’autonomia. Al Sud queste strutture sono pressoché inesistenti. Attualmente è presente soltanto l’Unità Spinale di Cagliari e più di recente sono stati dedicati dei posti letto per il ricovero da lesione midollare presso il Centro di riabilitazione di Cassano delle Murge in provincia di Bari. Ne consegue che i viaggi per far curare una persona dal Sud al Nord non sono “pellegrinaggi della speranza” ma sono viaggi della necessità. Soltanto il 38% degli intervistati ha avuto accesso in Unità Spinale nelle 24 ore successive al trauma. Di coloro che hanno atteso un posto letto disponibile, il 71% sono passati almeno per un ospedale di “transizione”, mentre il 29% per più di uno. L’inadeguatezza del numero di posti letto dedicati a questa disabilità non consente la realizzazione di una assistenza ottimale ed immediata aumentando la possibilità che si verifichino danni terziari.<br />
Una volta tornati a casa, nel percepito della popolazione studiata, la condizione di persona disabile merita l’assistenza prevalente dei medici ospedalieri. Il medico di medicina generale conosce poco della lesione midollare e non sempre dimostra di volersi interessare e di voler approfondire il proprio sapere su questa condizione. I motivi più ricorrenti sono sostanzialmente il poco tempo a disposizione e il numero esiguo di disabili da lesione midollare tra i pazienti assistiti. Per questi motivi se il 48% si rivolge a lui per prescrizioni e esigenze cliniche di base, il 18% degli intervistati in caso di bisogno si rivolge direttamente all’Unità Spinale, mentre il 34% ritiene di aver sviluppato una conoscenza sulla lesione midollare tale da decidere quali indicazioni fornite dal medico di medicina generale prendere per buone e quali invece sottoporre all’attenzione dello specialista ospedaliero.<br />
<strong>Come ne escono i servizi psico-sociali della disabilità</strong><br />
E’ spesso il team multidisciplinare nelle Unità Spinali formato da psicologi e assistenti sociali con il supporto delle Associazioni dei pazienti a sopperire in modo sussidiario ai servizi mancanti sul territorio.<br />
Gli assistenti sociali infatti in molte regioni non sono presenti, soltanto il 51% degli intervistati è venuto a contatto con questa figura professionale una volta rientrato a casa.<br />
Diverso è il discorso per gli psicologi e gli altri professionisti che si prendono cura della psiche (counselor, maestri spirituali) con i quali il rapporto è ambiguo: da un lato le persone con lesione midollare ne sentono la necessità, ma d’altro canto vogliono dimostrare di non averne bisogno per il 73%.<br />
<strong>Come ne esce la famiglia</strong><br />
Il 70% delle persone che offrono assistenza alle persone disabili sono donne, con un’età media di 45 anni, in prevalenza mogli, compagne e madri. Il 47% delle persone con lesione midollare riscopre il senso della famiglia dichiarando che i rapporti con i genitori, ai quali è richiesto un supporto deciso nel cammino verso il raggiungimento dell’autonomia, è migliorato.<br />
Sono leggermente più positivi i rapporti con i figli (52%), mentre si divide l’opinione sul rapporto con i parenti: ad un 47% che li considera invariati si oppongono il 28% li considera migliorati, mentre il 25% avverte una maggiore conflittualità.<br />
Il 70% dei familiari ha subito o chiesto modifiche importanti (interruzione, aspettativa, richiesta part time) delle proprie condizioni lavorative per prendersi il tempo per la cura alla persona con lesione.<br />
<strong>Come ne escono le relazioni</strong><br />
La disabilità mette alla prova le relazioni con gli amici: la nuova condizione costituisce una vera prova in cui si fa “selezione”. I dati indicano che gli amici cambiano, si creano nuove forme di amicizia con persone disabili ma è presente in modo inquietante il fantasma di una stagnante solitudine in un’età giovane, proprio quell’età che dovrebbe essere il momento del fiorire delle amicizie “fuori dalla cerchia della propria famiglia”. Il 39% degli intervistati ha problemi nel coltivare con gli amici un rapporto.<br />
Le relazioni affettive sono in pericolo. Vi sono modifiche che portano a rotture delle relazioni in circa il 12% della popolazione con lesione midollare che ha partecipato alla ricerca. Ma il dato più eclatante è che il 75% delle persone disabili tra i 41 e i 50 anni vive ancora con i genitori: questo risultato indica quanto si è ancora lontani dal perseguimento della VITA INDIPENDENTE auspicato dalla Convenzione dei Diritti dei Disabili delle Nazioni Unite.<br />
<strong>La scuola e il lavoro </strong><br />
Si è registrato un 59% di opportunità perdute di neo-inserimento (studi interrotti) e re-inserimento nel contesto lavorativo.<br />
La lesione midollare è un trauma che si verifica in età giovane: il 72% degli intervistati ha subito la lesione in età inferiore ai 30 anni (in media 28.7 anni). Il dato preoccupante è che il 41% delle persone che hanno subito un trauma midollare in età più giovane di 18 anni ha interrotto gli studi.<br />
Dei disabili intervistati, solo un 40% sente la spinta necessaria e il coraggio di cercare lavoro. Di quel 40% solo la metà circa ottiene un lavoro e nel 53% dei casi in un settore diverso da quello in cui operava in precedenza. Una volta che la persona riesce a inserirsi è buono il quadro dei rapporti con i colleghi e il datore di lavoro: nei giudizi, il 70% dice che i colleghi sono cortesi, e accoglienti ma non inutilmente caritatevoli. Le barriere architettoniche nel luogo di lavoro invece costituiscono la vera questione: dalle risposte, malgrado la normativa, dei luoghi di lavoro che presentano barriere architettoniche solo nel 42% vengono rimosse.<br />
<strong>Le barriere architettoniche</strong><br />
Il 55% della popolazione intervistata sostiene che la propria abitazione presenta barriere architettoniche. Se alcune persone con disabilità hanno potuto sostenere fino a 50.000 euro per la modifica dell’ascensore, delle scale, del bagno, dell’ampiezza delle porte, altre, ben il 40% ha dovuto cambiare abitazione.<br />
Il quadro si complica quando la persona disabile è in affitto e deve fare delle modifiche ad una casa non di sua proprietà: la domanda che molti di loro si pongono è se abbia senso modificare per necessità questa abitazione che non rimarrà a loro.<br />
La viabilità, il parcheggio, e la vivibilità nelle città Il 77% della popolazione disabile da noi intervistata non usa mezzi pubblici. Il 23% che lo fa dichiara di andare incontro a disagi continui. C’è grossa confusione tra cosa è “attrezzato” e cosa è “accessibile”. Infatti in molti casi esistono, rispetto al trasporto, le pedane di carico o i salvascale ma non sempre sono funzionanti o se ne conosce l’utilizzo.<br />
Il 75% dei partecipanti all’indagine ha la patente di guida e il 65% usa la macchina quotidianamente.<br />
Dalla indagine emerge un dato che attesta l’incomprensione dei bisogni delle persone disabili: l’83% trova sempre o spesso il proprio parcheggio occupato da automobili non autorizzate e nel 59% dei casi occupato da altre vetture con pass per la disabilità: questa attitudine denuncia una gestione non sempre corretta dei permessi per i parcheggi rivolti ai disabili.<br />
<strong>I costi a carico della persona disabile e del nucleo familiare</strong><br />
La disabilità da lesione midollare rappresenta un onere economico in termini di spese sanitarie non coperte dal servizio sanitario per il 73% degli intervistati. Questi costi sono quantificabili per il 31% a valori inferiori alle 100 euro mensili (pari quindi a 1200 euro annuali), per il 43% tra le 100-200 euro mensili (fino a 2400 euro annuali) e per il 26% superiori alle 200 euro/mese.<br />
Gli aiuti a casa, ovvero l’assistenza, sono rappresentati costantemente dal badante (con una spesa media di circa 800 euro per badante) ma anche, occasionalmente, dall’infermiere o dal fisioterapista.<br />
I viaggi per gli spostamenti verso le Unità Spinali, come costo calcolato sul 2007, rappresentano un esborso sostanziale per le famiglie che abitano nel Sud: 1870 euro, 436 euro nel Centro Italia e 755 euro al Nord. Il 36% dei caregiver intervistati infatti si è dovuto trasferire durante il periodo di ricovero del proprio assistito.<br />
Se a questi costi sommiamo quelli legati all’adeguamento della macchina, dell’abitazione (fino al dover cambiare casa), è evidente lo stress economico che ha cambiato il bilancio familiare. Facendo una stima dei costi diretti a carico del nucleo familiare di una persona con lesione midollare in media si aggirano intorno ai 26.900 euro nel primo anno dalla lesione per poi scende intorno ai 14.700 euro negli anni successivi.</p>
<p><strong>A cura di Maria Giulia Marini e Luigi Reale</strong><br />
Fonte: <a href="http://www.istud.it">www.istud.it</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;isola che non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Apr 2009 20:08:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonin Bardhi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Inchieste]]></category>
		<category><![CDATA[Mafie]]></category>

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		<description><![CDATA[Un lavoro da tempo studiato che riteniamo opportuno pubblicare proprio ora che la ricostruzione nell&#8217;aquilano, dopo il forte sisma che ha colpito la zona, aprirà sicuramente importanti sbocchi per le infiltrazioni mafiose negli appalti. La criminalità organizzata, da anni ormai attiva sia nella Marsica che sulle coste abruzzesi,  è sicuramente interessata a non perdere una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="font-style: italic;"><strong>Un lavoro da  tempo studiato che riteniamo opportuno pubblicare proprio ora che la  ricostruzione nell&#8217;aquilano, dopo il forte sisma che ha colpito la zona,  aprirà sicuramente importanti sbocchi per le infiltrazioni mafiose  negli appalti. La criminalità organizzata, da anni ormai attiva sia  nella Marsica che sulle coste abruzzesi,  è sicuramente interessata  a non perdere una fonte sicura di guadagno. Il dossier di Libera Informazione  descrive una infiltrazione silenziosa ma profonda, in un tessuto divenuto  crocevia del riciclaggio e del reinvestimento dei proventi illeciti,  ed è un monito per non sottovalutare la pervasività delle mafie, soprattutto  in questo lacerante frangente storico.</strong></p>
<p><span id="more-1171"></span><br />
Quella dell’Abruzzo criminale è la storia di una negazione. È La storia di un’isola felice che isola felice non è, da tempo. O forse lo è, ma solo per le mafie. Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, ma anche le organizzazioni straniere (quelle albanese e cinese in testa) si muovono tra i monti della Marsica e sulla costa da diversi anni. Fanno affari, si infiltrano nell’economia, mettono le mani sugli appalti, costruiscono basi operative per latitanti e per i traffici di droga. Capitali da riciclare, investiti in aziende e immobili (sono ormai 25 i beni confiscati alle mafie nella regione, in ben 15 comuni e in tutte e quattro le province). E ancora la tratta delle bianche, la prostituzione di strada e quella nei locali della costa, l’usura e le estorsioni. L’Abruzzo è la regione dei parchi, è il cuore verde d’Europa, ma è anche terra di ecomafie, che sversano rifiuti tossici nelle lande inabitate della regione. Una regione malata di corruzione: dalla Tangentoli degli anni 90 agli scandali recenti, dai provvedimenti giudiziari che hanno colpito la giunta regionale nel 1992 all’arresto del governatore dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Infiltrazione e sottovalutazione</strong><br />
Quella dell’Abruzzo criminale è una storia di sottovalutazioni. Di continue e insistenti dichiarazioni di estraneità, anche di fronte all’evidenza dei fatti. Le mafie in Abruzzo non ci sono, e se ci sono vengono dall’esterno. Criminali meridionali oppure stranieri. Criminali di passaggio. Una visione intanto riduttiva: le famiglie meridionali emigrate abitano ormai da decenni nella regione del Gran Sasso, africani e slavi hanno messo ormai radici, così come le frange criminali al loro seguito. Non passano affatto, restano. Ed è una visione pseudo-antropologica al confine con il razzismo culturale: come se mafia e criminalità fossero insite nel dna di alcuni popoli, di alcune razze o di certi tipi di italiani. Una visione che impregna le dichiarazioni di politici, amministratori e troppo spesso operatori della giustizia. Ogni banda sgominata è una malattia debellata, in una società sana. Ogni inchiesta è la reazione di un corpo sano e non il sintomo di una patologia. Eppure l’omertà, a detta di chi opera sul campo, è regola anche tra gli abruzzesi.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Una visione che è un esempio classico di rimozione: la commissione parlamentare antimafia visitò nel ’93 l’isola felice – all’indomani della bufera giudiziaria del ’92 (nove arrestati su undici componenti della giunta regionale) e di una serie impressionante di inchieste su politica-mafia-massoneria – lasciando ai posteri un dossier al vetriolo. È la relazione Smuraglia, sintesi del viaggio nelle regioni a “non tradizionale insediamento mafioso”. Conclusioni: in Abruzzo, così come nel resto dell’Italia centrale e settentrionale, le cosche sono presenti, radicate, potenti e attivissime. Molto più sul versante economico che su quello del controllo del territorio. Ma non per questo meno pericolose. Già da allora, più di 15 anni fa, era chiaro che la partita contro le mafie si sarebbe combattuta sul fronte del riciclaggio. È tutto scritto: le isole felici non esistono. Lettera morta. Perché ancora oggi il discorso attorno alle presenze mafiose trova resistenze, negazioni, riduzionismi, spesso nascosti dietro la sacrosanta esigenza di non creare allarmismo e non cavalcare l’onda del sensazionalismo. Criminali d’altrove, si dice troppo spesso. Eppure la malavita abruzzese è ormai organicamente inserita in contesti mafiosi tradizionali (vedi estorsioni, gioco d’azzardo, prostituzione e droga tra Pescara, Teramo e Chieti). E soprattutto ci sono un certo ceto politico-amministrativo e una certa imprenditoria che flirta, a dir poco, con le mafie ad altissimi livelli. Non hanno la coppola e la lupara, non sparano, ma riciclano i milioni del narcotraffico, corrompono, pilotano gli appalti, truffano, devastano il territorio, inquinano l’economia, investono in immobili e capannoni, avviano società finanziarie. Giacca, cravatta e colletto sporco.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p>Ma non ci sono solo le mafie d’alto bordo. Le inchieste Histonium nel vastese, i dati sull’usura e sul racket ci parlano di una regione avviata da tempo verso una dimensione mafiosa classica, col controllo del territorio e il consenso della paura. L’Abruzzo non è di certo la Calabria o la Campania, non è la Sicilia, non è la Puglia (non ancora), ma non è nemmeno la Svizzera. Il 10% dei commercianti paga il pizzo, una percentuale da allarme arancione. E Pescara è la capitale dell’usura, prima città in Italia secondo tutti gli indicatori di rischio. Avviso ai naviganti: l’usura non è più, da decenni, roba da cravattari. Dietro lo strozzino ci sono le mafie. Sempre.<strong></strong></p>
<p><strong>Un fenomeno di importazione</strong><br />
È innegabile che il fenomeno mafie in Abruzzo sia comunque un fenomeno d’importazione. Ad aprire le porte, però, è stata proprio la Giustizia, con un’infelice gestione dei soggiorni obbligati: decine di boss e affiliati meridionali inviati al confino sui monti e sulla costa. Una pratica dalle conseguenze nefaste in tutta l’Italia centro-settentrionale. Ecco che l’Abruzzo ha visto l’espandersi di cellule criminali, schegge dei clan pronte a trapiantare i traffici illeciti coltivati al Sud. Reti di fiancheggiatori che hanno favorito nel tempo la pratica del riciclaggio, degli investimenti legali di capitali mafiosi, ma anche l’organizzazione di basi per latitanti e scissionisti in fuga dalle guerre di mafia. Gli affari col tempo sono evoluti, spesso le diverse mafie hanno trovato l’accordo basato sul guadagno, nella loro isola abruzzese, felice e pacificata.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">In un certo senso però le mafie ci sono sempre state: l’Abruzzo ha un fenomeno peculiare, la presenza atavica di famiglie rom (“nomadi stanziali” è la definizione ossimoro che si legge nelle relazioni ufficiali) dedite ad attività criminali. Hanno in mano la partita dell’usura e lo spaccio al dettaglio della droga. Famiglie come quella dei Di Rocco che siedono ormai al tavolo nazionale delle cosche, trattando a testa alta coi calabresi, i camorristi e i siciliani, ma anche con gli slavi.</p>
<p>La rotta balcanica, i porti dell’Adriatico, i clan albanesi in contatto con la cupola slava. Sono gli ingredienti che fanno dell’Abruzzo un crocevia dei grandi traffici di cocaina, ma anche di eroina. Il consumo di stupefacenti è elevatissimo (l’Abruzzo è tra le prime regioni per sequestri e denunce legati all’eroina), una piazza di spaccio tra le principali. Nell’ultimo decennio, diverse grandi inchieste hanno coinvolto i monti del Gran Sasso e la costa, operazioni che rimandano a traffici intercontinentali (con gli Usa, con la Colombia, con la Turchia e la Bulgaria, oltre che con i Balcani). E alle porte di Pescara è stata scoperta una delle più grandi raffinerie di polvere bianca presenti in Europa.<strong><br />
</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Mafie straniere, ecomafie, corruzione</strong><br />
Droga e prostituzione sono le attività principali delle mafie straniere in Abruzzo. Sono gli albanesi a gestire i grandi traffici (adesso con un preoccupante asse slavi-campani). E a promuovere la tratta e la prostituzione. In strada, ma anche nei locali notturni della costa. Una pratica redditizia, sfruttata in proprio anche dai rumeni e dai cinesi. Il pericolo giallo è la vera emergenza: nella regione è presente una delle comunità asiatiche più strutturate. Una presenza che si accompagna all’emergere di clan mafiosi agguerriti e misteriosi (vedi operazione Piramide a Pescara). E c’è il pericolo russo, quei grandi faccendieri che fanno affari come al monopoli.
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">L’isola verde è preda delle ecomafie. Tonnellate di rifiuti tossici scaricati abusivamente, discariche illegali, cave riempite di ogni cosa, un po’ ovunque. Caso eclatante è quello di Bussi sul Tirino, una delle discariche più grandi d’Europa. E poi c’è la mala amministrazione, i fiumi inquinati e i mari contaminati, il turismo che arranca, con sullo sfondo tanti, troppi casi di corruzione, di appalti sospetti.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Corruzione dilagante, endemica. Legami tra politica, amministrazione, mafie e massoneria. Intrecci perversi, trame occulte e intricate che spesso hanno l’Abruzzo come scenario. Dall’inchiestona sull’autoparco milanese di cosa nostra a Tangentopoli negli anni 90, dalle tangentine locali fino alle presunte tangenti che avrebbero intascato Del Turco e il sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso.</p>
<p>Ma è appunto sul fronte del riciclaggio e degli appalti che si gioca la partita. Grandi capitali di provenienza sospetta, investimenti abnormi, commesse e gare con diverse ombre. Una storia ancora da raccontare quella della lavanderia Abruzzo. Una storia che di recente ha un primo punto fermo: il tesoro di Ciancimino, ex sindaco e boss di Palermo, sarebbe stato custodito e fatto fruttare proprio nella Marsica, attraverso società e prestanome. Una storia venuta a galla grazie all’impegno di Libera Marsica e alle inchieste puntuali di organi di informazione dal basso come Site.it e Primadanoi.it. Una storia ancora da raccontare, ma soprattutto da indagare.</p>
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<p class="strong">News correlate:</p>
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<li><a href="http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=6961">DOSSIER ABRUZZO: MAFIE&amp;MONTI</a></li>
</ul>
<p>Fonte: <a href="http://www.liberainformazione.org">www.liberainformazione.org</a></div>
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		</item>
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		<title>Il programma di Gelli: più o meno sono tutti uomini di un presidente</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 22:37:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonin Bardhi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Economia, Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[A proposito dell’ultimo libro, Luigi Milani, dopo quello di Pentiti di niente, ha realizzato il booktrailer di Il programma di Licio Gelli (qui la scheda del volume). Grazie, Luigi! Nelle esperienze a capo dell’esecutivo, l’ex costruttore milanese si porta dietro conoscenze che risalgono a molto tempo prima. L’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A proposito dell’ultimo <a href="http://www.socialmente.name/index.php?mod=12&amp;idli=26">libro</a>, <a href="http://falsepercezioni.wordpress.com/">Luigi Milani</a>, dopo quello di <a href="http://it.youtube.com/watch?v=ntOlSHIXmfs">Pentiti di niente</a>, ha realizzato il booktrailer di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=9RZOXiRqHjo">Il programma di Licio Gelli</a> (<a href="http://www.socialmente.name/index.php?mod=12&amp;idli=26">qui</a> la scheda del volume). Grazie, Luigi!</em></p>
<p>Nelle esperienze a capo dell’esecutivo, l’ex costruttore milanese si porta dietro conoscenze che risalgono a molto tempo prima. L’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, per esempio, ex direttore del quotidiano “Il Tempo” negli anni in cui era di proprietà di Renato Angiolillo, in rapporti – attraverso il salotto della moglie Maria – con Bruno Tassan Din, amministratore delegato della Rizzoli ai tempi della P2. In particolare, a mettere in relazione la signora Angiolillo e l’uomo della loggia di Gelli c’è una casuale intercettazione telefonica fatta da un radioamatore emiliano che poi vende la registrazione a un giornale. Ma questa si inabissa nei fascicoli scoperti dalla guardia di finanza durante l’ispezione del marzo 1981 degli uffici di Gelli, a Castiglion Fibocchi: Tassan Din le parla in quell’occasione dei guai finanziari di Calvi e le raccomanda di metterlo in contatto con ambienti politici e giudiziari che lo possano aiutare. Sempre durante la direzione Letta del quotidiano romano, un giornalista, Franco Salomone, fa a Licio Gelli un’intervista che esce nell’aprile 1981: Gelli, in quell’articolo, nega in termini drastici il coinvolgimento dei ministri Adolfo Sarti, Franco Foschi ed Enrico Manca e dei capi dei servizi Giulio Grassini, Giuseppe Santovito e Walter Pelosi e manda a dire a un intimidito Arnaldo Forlani, allora capo del governo, di non rivelare i nomi contenuti nella lista appena ritrovata.<br />
<span id="more-1093"></span><br />
Poi c’è Publio Fiori (tessera numero 1878, fascicolo 0646) che è stato vicepresidente della Camera dei deputati, sottosegretario al ministero delle poste e telecomunicazioni (1992, governo Amato), sottosegretario alla sanità (1993, governo Ciampi) e ministro dei trasporti e della navigazione (1994, primo governo Berlusconi). Democristiano ai tempi della Prima Repubblica e poi confluito in Alleanza Nazionale – contribuendone alla fondazione – dopo lo scivolamento della corrente Dc di Mino Martinazzoli verso le posizioni riformiste del Partito Democratico della Sinistra post-comunista, rompe con Gianfranco Fini nel 2005 a causa di questioni ritenute troppo laiche, come quelle relative alla fecondazione assistita. Così, al motto di “il vero centro siamo noi”, prima collabora alla creazione della Democrazia Cristiana per le Autonomie con Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma nel quarto governo Berlusconi e artefice di un ennesimo motto (”colpire un PM per educarne altri cento” nella campagna anti-magistratura), e poi si alterna in alleanze varie (Udeur di Clemente Mastella, Nuova Democrazia Cristiana e Federazione Democristiana) senza che la saga partitica appaia, al momento in cui si scrive, ancora finita.</p>
<p>Da uomo d’istituzioni, inneggiando al ruolo della commissione di vigilanza della Rai o della Consob, nella sua attività parlamentare torna e sollevare la “questione morale” e nel 2004 propone la realizzazione di un organismo di controllo partitico che in parte rispecchi il modello del consiglio superiore della magistratura (ma si basi su designazioni politiche) e che abbia il compito di evitare corruzione e operazioni di tesseramento selvaggio. In altre parole, l’obiettivo è quello di impedire la lottizzazione dei seggi andando a toccare anche laddove fa più male: il rimborso delle spese elettorali. E se fa male, vuol dire che c’è qualcosa che non va: così la commissione potrebbe insediare uomini suoi ai congressi, sporgere denuncia all’autorità giudiziaria per turbativa dell’attività politica e comminare sanzioni a integrazione di un eventuale iter processuale. Per il resto, lo si ricorda per alcune proposte di legge, firmate insieme ad altri, sulle modalità con cui insegnare l’inno nazionale a scuola, per istituire il giorno della memoria sulle foibe, ma anche per il riconoscimento del servizio militare prestato alle dipendenze delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana.</p>
<p>Ma Fiori e Letta non sono gli unici. Fabrizio Cicchitto (tessera numero 2232 e fascicolo 0954 dopo un passato da militante socialista nella massimalista corrente lombardiana), per citare un altro politico ancora in piena attività, di carriera ne ha fatta. Dai tempi in cui, intimidito da ignoti persecutori che – sostenne in commissione P2 Tina Anselmi – avevano preso anche a pedinarlo, si affiliò in cerca protezione perché “in quel periodo [...] la politica [era] in mano a banditi”. Ma a qualche anno dalla fine dell’esperienza piduista, entra nell’orbita craxiana e infine, spazzato via anche il Garofano dall’inchiesta Mani Pulite, confluisce in Forza Italia dove finisce per occupare posizioni dirigenziali. Nel frattempo è iniziata anche l’esperienza parlamentare (VII, VIII, XIV, XV e XVI legislatura) che lo porta in commissione bilancio alla Camera e in commissione industria al Senato e nel 2008 diviene capogruppo del Popolo delle Libertà a Montecitorio. OpenPolis.it, iniziativa telematica di monitoraggio dell’attività parlamentare che si interfaccia direttamente con le basi dati istituzionali, segnala che votò favorevolmente a indulto, ritiro dall’Iraq e intervento in Libano, ma lo dà anche come un grande assente in sede di voto: su 4.875 votazioni censite a novembre 2008, si è espresso solo in 469, meno del dieci per cento delle volte. Le altre era assente e non era segnato nemmeno “in missione”.</p>
<p>Continuando a sondare i nomi che compongono il mondo della politica attuale e che già negli anni della P2 avevano avuto un ruolo, si incontra anche il giornalista Gustavo Selva (tessera numero 1814 e fascicolo 0623). Imolese d’origine, Selva, da senatore di Alleanza Nazionale, era balzato agli onori (per la verità poco onorevoli) delle cronache il 9 giugno 2007 quando, invitato a un dibattito televisivo sull’emittente La7, si rese conto che tempo e traffico giocavano a suo sfavore: non sarebbe riuscito ad arrivare in orario. Almeno con normali mezzi privati. Per di più in quelle ore Roma era presidiata per una visita del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Così, per sfrecciare nella ressa stradale capitolina senza alcun impedimento, chiamò il 118, il numero delle emergenze sanitarie, e ai paramedici diede un indirizzo, quello – disse – del suo medico. In realtà, via e numero civico corrispondevano agli studi della rete di proprietà di Telecom e dei suoi “trucchi da vecchio cronista” Selva se ne fece vanto davanti alla telecamera (diversi filmati che circolano tuttora in rete lo testimoniano). Ne seguì una discreta polemica politica con tanto di indagine della magistratura e una condanna inflitta dal Gup Maria Giulia De Marco a sei mesi di reclusione e a 200 euro di multa. E le annunciate dimissioni da senatore poi finirono in nulla (anche se il suo mandato si è concluso il 28 aprile 2008, con la fine della XV legislatura). Giornalista Rai e direttore di Radio2 ai tempi in cui era soprannominata “RadioBelva” per il suo viscerale anticomunismo, Selva ha sempre nicchiato a proposito del suo coinvolgimento con la P2, nonostante il suo nome sia risultato negli elenchi gelliani, e ha adito le vie legali contro chi lo ha sottolineato (come capitò al premio Nobel Dario Fo).</p>
<p>Invece Antonio Martino – economista che nella XVI legislatura, quella insediatasi dopo le elezioni del 13 e 14 aprile 2008, lo vede deputato per il Popolo delle Libertà e componente della quarta commissione difesa – non fece in tempo a iscriversi alla loggia P2: a quanto scrivono Gianni Barbacetto sul settimanale “Diario” e Marco Travaglio su “Voglio Scendere”, blog della casa editrice Chiarelettere, l’ex ministro della difesa durante il secondo e il terzo governo Berlusconi presentò la domanda di affiliazione, ma la guardia di finanza, su ordine dei magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, fu più rapida.</p>
<p><em>(Segue)</em></p>
<p><strong>I post precedenti:</strong></p>
<ul>
<li> <a href="http://antonella.beccaria.org/2009/02/18/in-uscita-a-giorni-il-programma-di-licio-gelli-una-profezia-avverata/">Il programma di Licio Gelli- Una profezia avverata? &#8211; Prefazione</a></li>
<li> <a href="http://antonella.beccaria.org/2009/03/05/il-programma-di-licio-gelli-la-storia-che-insegnano-loro/">Il programma di Licio Gelli: la storia che insegnano loro</a></li>
</ul>
<p><a href="http://www.socialmente.name/index.php?mod=12&amp;idli=26">Il programma di Licio Gelli &#8211; Una profezia avverata</a><br />
Collana <a href="http://www.socialmente.name/index.php?mod=collana&amp;idli_co=2">Polifonia</a>, Socialmente, 2009<br />
ISBN 978-88-95265-21-6</p>
<p><strong>Fonte</strong>: <a href="http://antonella.beccaria.org">Il blog di Antonella Beccaria</a></p>
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		</item>
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		<title>Kosovo, 130 famiglie in pericolo. L&#8217;Aizo: &#8221;Vivono accanto a una discarica tossica&#8221;</title>
		<link>http://www.portale-solidale.it/kosovo-130-famiglie-in-pericolo-laizo-vivono-accanto-a-una-discarica-tossica/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 14:05:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tonin Bardhi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;Aizo rom e sinti intende &#8221;dare diffusione a questa sconvolgente notizia: persone poco informate e indifese hanno vissuto su un sito inquinato, assegnato loro dall&#8217;Alto Commissariato per i rifugiati, senza essere al corrente dei pericoli&#8221;</strong><br />
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ROMA &#8211; Paul Polansky, capo missione per l’Ong tedesca “La Società dei Popoli” ha denunciato nei giorni scorsi alla Camera dei Commons Inglese e al Parlamento Europeo la condizione di estremo rischio in cui vivono 130 famiglie rom in Kosovo. Ne dà notizia l’Aizo (Associazione italiana zingari oggi), secondo cui “queste famiglie sono esposte quotidianamente a pericoli invisibili e gravissimi per la loro salute, poiché soggiornano in campi che sono stati costruiti sul terreno delle più grandi miniere di piombo dell’Europa accanto a una discarica tossica di 100 milioni di tonnellate”.<br />
Nei bambini e nelle donne residenti in questi campi sono stati riscontrati numerosi casi di avvelenamento da piombo, che hanno causato gravi malattie e talvolta la morte. Secondo esperti medici tedeschi e americani, ogni bambino concepito in questi campi crescerà con danni irreversibili al cervello. Nel novembre 1999 – ricorda sempre l’Aizo &#8211;  questi campi dovevano essere costruiti come “soluzione temporanea” dall’Alto Commissariato per i Rifugiati per sistemare i rom considerati “persone internamente disperse” dopo il conflitto in Kosovo. Dopo 45 giorni le case dei rom sarebbero state ricostruite e le famiglie avrebbero potuto abbandonare il campo: dopo nove anni, però, queste persone sono ancora sul sito inquinato.</p>
<p>”Dubbi sulla presenza di sostanze tossiche in quei luoghi erano già stati presentati svariate volte – precisa l’Aizo -, da medici tedeschi e americani che avevano effettuato dei prelievi sugli abitanti dei campi, in particolar modo sui bambini. Sebbene fosse evidente che il piombo presente sui siti, le scorie ammassate un po’ ovunque vicino ai campi e la vicina discarica fossero la causa degli altissimi livelli di piombo nel sangue degli abitanti, sebbene sia risaputo che una persona avvelenata dal piombo possa essere guarita solo se allontanata dalla fonte di avvelenamento, le Nazioni Unite, al di là di saltuarie operazioni cosmetiche e mediatiche, non hanno fatto nulla in tutti questi anni per sgomberare i rom da dove si trovavano e dar loro una migliore sistemazione”.</p>
<p>L’Aizo rom e sinti ritiene importantissimo “dare diffusione a questa sconvolgente notizia: persone probabilmente poco informate e indifese hanno vissuto su un sito inquinato, assegnato loro da un’istituzione di tutto rispetto quale l’Alto Commissariato per i rifugiati, senza essere al corrente dei pericoli che la permanenza su questo sito comportava per la loro salute”. L’Aizo sottolinea inoltre come “questi episodi siano diffusi anche nel nostro paese: rom e sinti, allontanati dai centri abitati, vengono solitamente relegati a zone periferiche delle città, in buona parte dei casi zone in cui le condizioni ambientali possono presentare gravi pericoli per la salute e la vita delle famiglie”.</p>
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